Il valore del silenzio in analisi

È risaputo  come in analisi il paziente parli mentre l’analista per lo più taccia. Il tacere dell’analista non va però inteso semplicisticamente come una pura conseguenza del suo essere impegnato nell’attività di ascolto.Se così fosse, al termine del discorso del paziente subentrerebbe puntualmente una risposta del terapeuta o un suo commento, così come avviene nelle conversazioni abituali

Analisi o conversazione?

Invece all’interno del setting analitico le cose vanno diversamente. La parola dell’analista non sempre fa da contrappunto al discorso dell’altro, venendo meno volontariamente alle regole socialmente condivise che stanno alla base degli scambi verbali. Tendenzialmente in una conversazione “tipica” qualcuno parla, espone un problema, un punto di vista ad un altro che, dopo aver ascoltato, ribatte esponendo a sua volta la propria visione delle cose.

In queste situazioni convenzionali emerge cioè sempre una domanda implicita rivolta al simile, a cui questi in genere risponde prontamente, anche quando usa modalità evasive. Tale domanda silente sottende il più delle volte una richiesta di approvazione, di permesso o di convalida. Anche quando l’attesa del parere dell’altro è mossa da autentica curiosità verso il suo punto di vista, essa può rivelare il bisogno inconscio di trovare nell’altro una risposta “oggettiva” ai propri dubbi o questioni problematiche.

In analisi i pazienti tendono a replicare questo modello classico di interazione e possono rimanere stupiti o spiazzati quando al posto della risposta incontrano il silenzio. Possono angosciarsi, non sapere più cosa dire, oppure parlare senza sosta per riempire tutti i vuoti.

Dato che l’analista non ha nessun intento sadico nel mantenersi astinente, può e in certi casi deve calibrare l’uso del silenzio sulla base delle possibilità di tolleranza del paziente. Nonostante tale flessibilità, i suoi interventi, le sue domande, i suoi commenti non si profilano mai come delle risposte vere e proprie alle domande più o meno esplicite che gli vengono rivolte. Quando un analista prende la parola non intende riempire, indottrinare o influenzare ma mira per lo più a far produrre all’altro un avanzamento nel suo grado di consapevolezza. Cerca cioè di innescare nell’altro (o di permetterne il proseguo) un processo associativo autonomo, il più possibile indipendente da suggestioni esterne.

La stessa interpretazione non viene basata sul modo di vedere le cose da parte della soggettività del curante, che ben si guarda da ascoltare per poi esprimere un parere personale. Il criterio che segue un analista è quello di mettere l’analizzante nelle condizioni di ascoltarsi, di vedere le implicazioni di ciò che dice. È il testo composto dalle affermazioni del paziente il vero protagonista, è dal suo discorso che deriva tutto il potenziale terapeutico della cura. Lì dentro infatti è racchiusa la verità nascosta proprio alle orecchie di chi la pronuncia. Essa non proviene da fuori, da un non ben specificato altrove e l’analista la mette in valore aiutando a disvelarla.

Questo modo di operare ispira la pratica psicoanalitica con tutti i soggetti, modulandosi di volta in volta sul caso specifico, sulle risorse, sulle caratteristiche e potenzialità del singolo. Non si tratta di una regola rigida e inflessibile ma di un principio ispiratore di una pratica che mira alla riscoperta della soggettività. La nevrosi è una patologia della soggettività, nella misura in cui si rivela come una schiavitù inconscia nei confronti dell’Altro, che da una parte fa soffrire ma nello stesso tempo rassicura perché mantiene in una ovattata posizione infantile.

Cura e inesistenza dell’Altro

 Il nevrotico infatti, anche quello dalla vita apparentemente più indipendente, al fondo si appoggia perennemente all’altro, fa dipendere dall’altro le sue soddisfazioni o le sue infelicità. Se trova un analista che gli dice quello che deve fare o che lo compatisce troppo evitandogli qualsiasi sforzo non guarisce più, perché anche in terapia sperimenta la stessa illusione che è la causa del suo male, il miraggio cioè che sia l’altro a guidare la partita della sua vita.

Dunque con tatto, con sensibilità, con lo stile che contraddistingue ogni terapeuta per curare davvero una nevrosi bisogna porla di fronte al vuoto dell’altro, alla sua sostanziale insufficienza.. <Cosa vuoi dire? Spiegati meglio! Non capisco!Dillo ancora!> sono alcune delle esclamazioni racchiuse nel silenzio dell’analista.

Sottrarsi dalle riposte, dalle eccessive consolazioni non significa non saper opportunamente intervenire quando la sofferenza è straziante, non vuol dire stare a guardare con indifferenza. In alcuni passaggi delle cure è di fondamentale importanza il supporto, la presenza. È “esserci senza esserci” l’abilità di fondo di un buon terapeuta, che, lungi dal suggestionare, funge da facilitatore dell’incontro dell’analizzante con le parti scabrose o in ombra di sè. Potremmo dire che dal terapeuta si sprigiona un’energia in grado di smuovere quella bloccata nel paziente. Alleandosi non con l’io cosciente ma con il suo desiderio in impasse, mettendosi dalla sua parte, l’analista spinge verso un cambiamento di posizione senza tanti giri di parole vuote.

Guarigione e responsabilità

 A questo punto potremmo dire che il silenzio ben calibrato responsabilizza il nostro nevrotico, ammalatosi proprio perché troppo dipendente dall’altro, troppo ingombrato dai divieti o dalle definizioni altrui, troppo adagiato sul suo male di vivere. Nell’assenza di convalida è costretto a mettersi in questione, a interrogarsi sui suoi di meccanismi, anziché lamentarsi solo di quelli degli altri.

Allora il temperamento ossessivo potrà riflettere sul perché ogni volta ha bisogno del permesso dell’altro per poter desiderare davvero, perché la sua vita è una tale costellazione di rinunce e divieti, perché ha passato tutta la vita a cercare di piacere all’altro piuttosto che a se stesso.

Analogamente l’isterica si chiederà se non sia lei a coltivare l’insoddisfazione, se non sia lei a cacciarsi in situazioni tossiche, potendo così scagionare l’altro e la sua insufficienza.

In entrambe le situazioni diventerà chiaro come la colpa non sia dell’altro, anche quando questi ci ha messo del suo a far del male al soggetto, a sottometterlo, a ignorarlo o umiliarlo.

Accettare la contingenza del male che si è vissuto e vedere i meccanismi che da un certo punto in poi hanno innescato l’autosabotaggio producono il miracolo del distacco dal passato e della riappropriazione della parte più profonda e creativa di sè. Il profumo della libertà riconquistata è uno dei primi segnali di risveglio dal torpore, a cui ciascuno può arrivare solo attraverso un lavoro in solitudine, di durata variabile ma soprattutto non privo di fatica.

Tags: Aiuto psicoterapeutico , Psicoanalisi lacaniana

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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