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"Non voglio parlare del passato": serve davvero scavare nell'infanzia per stare meglio?

Illustrazione impressionista di una poltrona da psicanalista in velluto azzurro. Una nuvola di ricordi con orologi, foto d'epoca e giocattoli emerge dalla seduta, simboleggiando il passato e l'inconscio. Accanto, un tavolino con una pianta di Potos e una libreria sullo sfondo

L'ansia del presente e la resistenza verso il passato 

La persona che si trova seduta di fronte a me, sulla poltrona azzurra nel mio studio in zona Moscova a Milano, non sempre ha voglia di parlare del suo passato. Spesso l’ansia la attanaglia nel presente; ha bisogno di una soluzione immediata, di una parola, di un consiglio, di un appiglio a cui attaccarsi ora.

Sarebbe assurdo non darle una mano in nome della "regola fondamentale" della psicoanalisi, quella che prevede un analista silenzioso in attesa che emergano ricordi d'infanzia.

In questo articolo voglio spiegarti perché, sebbene l'urgenza del presente vada accolta, scavare nelle radici del dolore resta il metodo più efficace per evitare che ritorni ciclicamente.

Prima l'urgenza, poi la storia: un approccio umano

Ogni analista conosce l'importanza del passato, perché l’ha sperimentata nella sua formazione. Tuttavia, ignorare il malessere urgente di un paziente trincerandosi nel silenzio o forzandolo a guardare indietro quando non è pronto, è rischioso.

Forzare una persona già in difficoltà a confrontarsi con un’ulteriore solitudine o con ricordi dolorosi senza il giusto supporto emotivo è controproducente. Un percorso di psicoterapia efficace è costituito da fasi:

  • Fase di accoglienza: Nei momenti di fragilità acuta, si ha bisogno di conforto umano, di feedback, di qualcuno che "pensi" al nostro posto.
  • Fase di elaborazione: Solo quando si ha la lucidità e la forza sufficiente, si può iniziare a guardare indietro.

Perché parlare del passato (senza forzature)?

Parlare del passato non deve mai essere un obbligo. Ha senso inoltrarsi nella profondità delle proprie ferite solo quando ci si sente di farlo. Quando arriva quel momento, il discorso scorre fluido e il paziente segue un comando interiore: racconta perché ne ha bisogno, perché si fida, perché vuole capire.

Alcune persone, però, temono che guardare indietro sia una perdita di tempo. In una realtà come quella di Milano, che spinge a essere performanti e pragmatici, soffermarsi sull'infanzia viene letto come un segno di immobilismo, un inutile incaponirsi su ciò che non può essere modificato.

Ma la domanda vera è: parliamo del passato per piangerci addosso, o per smettere di inciampare sempre nella stessa pietra?

Trucco o fondamenta? La metafora del "Maquillage"

Immaginiamo la terapia come la cura di una casa.
Affidarsi troppo a strategie di "maquillage terapeutico", che chiudono le crepe nel qui ed ora ma non affrontano un lavoro sulle fondamenta, significa, presto o tardi, ritrovarsi a tu per tu con la stessa difficoltà, magari spostata in un altro ambito.

Quello che chiamiamo "problema di oggi" (che sia un'ansia, un disturbo alimentare o una crisi di coppia) ha radici specifiche in ciò che è stato. Agganciare quelle radici è l'unico modo per risolvere concretamente la questione attuale.

Si guarda indietro per:

  • Disattivare gli schemi: Interrompere la catena di ripetizione degli errori.
  • Spersonalizzarsi: Capire che non siamo "sbagliati", ma che abbiamo una storia che ci ha modellati.
  • Trasformarsi: Riconoscere che siamo esseri in evoluzione e, pertanto, possiamo cambiare.

Conclusione: riemergere più leggeri

Lo sguardo che si volge indietro non mira a coltivare un’insana nostalgia o a colpevolizzare i genitori, ma a cercare quegli elementi preziosi che ci dicono la verità su noi stessi.
Sicuramente il processo di rievocazione non è esente da sofferenza; tuttavia, dopo la faticosa discesa nei propri crepacci, ognuno di noi ne riemerge alleggerito e con più ampi margini di libertà per affrontare le sfide della vita.


Domande Frequenti (FAQ)

È obbligatorio parlare dell'infanzia alla prima seduta?

Assolutamente no. La prima seduta serve a conoscerci e a inquadrare il problema che ti porta in studio oggi. Se non ti senti pronto a parlare del passato, rispetteremo i tuoi tempi. L'indagine storica avverrà naturalmente quando si sarà creata la giusta fiducia.

Scavare nel passato fa soffrire di più?

Rievocare momenti dolorosi può portare tristezza momentanea, ma è un dolore "pulito", diverso dall'angoscia stagnante del sintomo. È come disinfettare una ferita: brucia per un istante, ma è la condizione necessaria per guarire davvero.

Non ricordo nulla della mia infanzia, posso fare terapia?

Certamente. I "buchi" di memoria sono comuni e spesso sono meccanismi di difesa. Non serve ricordare tutto come in un film; lavoreremo su ciò che emerge, sulle sensazioni e su come quel passato vive ancora, inconsapevolmente, nelle tue reazioni di oggi.

Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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