La psicoterapia efficace

La guarigione dai sintomi non è l’obiettivo diretto di una psicoterapia. Molte terapie vanno incontro al fallimento nella misura in cui in esse prende il sopravvento l’attesa di una soluzione concreta, non solo nella mente del così detto paziente ma pure in quella dell’analista.

La trappola del voler guarire

Il bisogno urgente di essere guarito può sollecitare nel curante il bisogno altrettanto stringente di guarire, così che molta parte delle potenzialità di un vero lavoro psichico viene persa in un indugiare troppo nel pratico o in una ricerca ossessiva della chiave di volta. 

Il dissolvimento della capacità elaborativa avviene per eccesso di realtà o di pensiero, per un fissarsi della mente su punti critici della vita irrisolvibili nell’immediato.

Tutte le alternative vagliate non sono praticabili, così che lo spazio della terapia viene invaso da un tumulto emotivo che offusca e inibisce la così detta “capacità negativa” del terapeuta. 

La capacità negativa e la pazienza 

Secondo lo psicoanalista Wilfred Bion il terapeuta deve essere capace di esercitare una certa abilità, per non andare in “crash” in risposta alle angosce dei suoi assistiti e per aiutarli ad accedere a stati della mente più costruttivi. 

Tale capacità negativa ha anche a che vedere con ciò che viene chiamato “resilienza”, ovvero la possibilità di sostare nel dolore, nel caos, nel momento difficile con lucidità e calma, con la consapevolezza che quando si è sott’acqua non si può respirare ma si può amministrare bene il fiato in modo tale da poter infine riemergere senza perire.  

Naturalmente il poter avere a che fare con il negativo senza morire psichicamente è qualcosa che il terapeuta ha sperimentato o sperimenta nella vita, ed è proprio a questa autenticità che si deve l’efficacia del suo operato. 

Bion parlava anche di “pazienza”, in opposizione all’angoscia e alla fretta, generatrici di interpretazioni errate, acting out e generale maniacalità. 

Pazienza da intendersi come la fiducia nell’osservazione e nell’ascolto, come silenzio di sé stessi, della propria voce e dei propri pensieri, troppo orientati a “voler” capire.  

Una sorta di abbandono, un lasciarsi andare in uno stato di  concentrazione rilassata, finché  “i puntini si uniscono da soli” , i contorni e le figure degli elementi davvero rilevanti prendono una forma nitida, finalmente comunicabile e condivisibile.

 Se i puntini non si uniscono è perché in quello che viene detto ci sono troppa caoticità, troppa cronaca o troppa ruminazione. 

Saper restare in queste condizioni difficili, lasciando sfogare o magari facendo delle domande mirate, può permettere di liberare il campo e far virare il discorso, in modo che possano venire a galla cose nuove, pensieri diversi. In un avvicinamento graduale al nucleo doloroso e realmente problematico, alla “cosa vera” i cui riflessi si vedono nella contingenza che tanto tiene in scacco. 

Produrre uno spostamento da uno stato psichico agitato, fossilizzato sul problema nel presente,  per approdare ad un assetto mentale più calmo e davvero sintonizzato con l’interno, getta le basi per i rilanci futuri che si sostanzieranno nelle sedute a venire.

La capacità negativa viene via via appresa anche dal paziente, che inizia così a godere del viaggio (ma anche a soffrirne le difficoltà), senza tuttavia quella disperazione o quell’eccesso rimuginativo che chiudeva ogni via possibile. 

Questa forse è l’acquisizione più importante di un percorso terapeutico, che va oltre la questione della guarigione in senso stretto.

Il paziente si ritrova piano piano in possesso di una facoltà  che non possedeva o non padroneggiava prima, ovvero diventa in grado di guardarsi dentro senza scivolare nell’abbaglio dell’evidenza, del negativismo assoluto o nel sogno avulso dalla realtà. 

Può certamente scoprire parti inconsce  di sé che non conosceva, capire certe dinamiche, re inquadrare la propria storia, esprimere la rabbia, l’odio,  la colpa, accogliere la prospettiva del perdono, dire l’amore ecc…

Ma soprattutto impara, almeno un po’, ad affrontare le cose per quello che sono, ad accettarsi, a fare con quello che c’è, ad andare avanti nonostante l’insistenza di certi meccanismi che lo contraddistinguono e che forse faranno sempre parte di lui.

Quando un percorso funziona davvero il lamento, unitamente all’angoscia, dopo una fase di intensificazione si stemperano perché la persona diventa operosa, si attiva.

Tale risveglio va visto non nel senso del riempirsi di cose da fare, ma in quello della dedizione, del ritrovato slancio vitale, della gioia pur non esente da momenti no, della centratura sufficiente per non cadere rovinosamente nonostante le inevitabili oscillazioni del vivere.

Guarire dai sintomi, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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