La depressione: eccesso o mancanza dell’Altro

In psicoanalisi, soprattutto all’interno della corrente lacaniana, parliamo spesso di Altro con la A maiuscola. Ma che cosa intendiamo quando parliamo di questo Altro? E cosa ha a che fare con la depressione?

Per ragioni di semplicità possiamo definire l’Altro come tutto ciò che è altro da noi e che ci orienta nella vita, anche inconsapevolmente. Dunque il contesto in cui viviamo, l’universo di regole non scritte che stanno implicitamente alla base dei nostri comportamenti. Il primo Altro con cui entriamo in contatto fin dalla nascita è incarnato dai genitori, dalla famiglia, dall’insieme di valori e atteggiamenti che costituiscono i nostri primi punti di riferimento. Successivamente un insegnante, un amico, un partner sentimentale, un partito politico o un particolare contesto sociale possono assumerne le sembianze.

Quale influenza ha dunque l’Altro, così come lo si è descritto, sulla depressione?

Abbiamo affetto depressivo ogni volta che questo Altro è o troppo presente oppure del tutto assente.

Nel primo caso, l’eccesso di presenza dell’Altro può portare a una sensazione di asfissia, il sentimento cioè di essere in balia di forze su cui non abbiamo alcun controllo. Ci sentiamo dominati, schiacciati. Percepiamo la precarietà del nostro stato di benessere, che dunque non dipende più da noi ma dalla volontà altrui, non sempre prevedibile. Sconforto e scoraggiamento sono le conseguenze principali dal punto di vista emotivo e comportamentale. Tristezza pervasiva e fiacchezza nell’azione costituiscono infatti i segni visibili di una paralisi totalizzante che può portare a collezionare fallimenti e biasimi. Un esempio classico è quello del figlio adolescente che si trova confrontato con genitori particolarmente autoritari. Falliti i tentativi di ribellione, può a mano a mano scivolare nell’apatia e nel tedio, attirandosi ulteriori rimproveri per la sua scarsa prestazione scolastica. Oppure possiamo incontrare l’impiegato che, alla mercè della capricciosità di un capo particolarmente volubile, perde via via interesse ed efficacia nel lavoro, rischiando l’isolamento e l’esclusione. Non dimentichiamo nemmeno la condizione di molte donne che, per via della mentalità maschilista del partner o del contesto sociale in cui vivono, sprofondano nell’amarezza e nel ritiro dalle attività produttive.

Il secondo caso è quello dell’estremo opposto, ovvero la mancanza radicale dell’Altro. L’incuranza e l’indifferenza da parte di chi si dovrebbe prendere cura di un figlio costituisce sicuramente il caso più eclatante della mancanza dell’Altro. Il soggetto sprofonda nella depressione perché viene lasciato cadere, non viene visto. E la vita, per essere tale, necessita dello sguardo dell’Altro per fiorire. Osserviamo allora quel tipico sentimento di non valere nulla, di essere una povera cosa inutile così frequente in chi è stato lasciato cadere dal suo Altro. Ma l’incontro con la mancanza dell’Altro può assumere anche altre forme. Si può verificare ogni volta che l’Altro ideale si mostra insufficiente rispetto alle nostre aspettative. Un genitore, un insegnante, un amico, un partner, un partito politico in cui credevamo particolarmente ci deludono. Non si dimostrano all’altezza delle nostre aspettative. Ci tradiscono. In queste occasioni realizziamo il nostro stato di completa solitudine nel mondo. Verifichiamo come niente e nessuno possano fare da garanzia al nostro essere. Sperimentiamo il peso di doverci rimettere in sella da soli.

Queste due situazioni descritte riflettono la condizione di debolezza strutturale dell’essere umano. Che fin dalla nascita non può fare a meno dell’Altro ma nello stesso tempo è condannato alla solitudine, proprio perché l’Altro può sempre dissolversi.

Se tutti noi siamo allora esposti alla depressione per via di questo legame complesso con l’Altro, quali comportamenti mette in atto chi la supera per non scivolarvi dentro? Perché non tutti ci ammaliamo di una depressione clinica? 

Proveremo a rispondere a queste domande nei prossimi articoli.

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