Depressione mascherata

Un interrogativo angoscioso che muove molte domande di aiuto nella contemporaneità ruota attorno alla questione della perdita o dell’assenza tout court della così detta “forza interiore”, da intendersi non riduttivamente nell’accezione di mera forza di volontà ma più ampiamente in quella di robusta energia vitale.

Accogliamo infatti sempre di più soggetti non semplicemente feriti, ovvero alle prese con recenti o antiche fragilità tipiche del “romanzo familiare” (e che restano tuttavia circoscritte), bensì persone completamente prive di ogni capacità di resistenza alle minime contrarietà  che si presentano nelle loro vite.

Si tratta di un fenomeno diverso rispetto alla depressione classica, che vede un soggetto chiuso in se stesso, in difficoltà nel lavoro e nelle relazioni. Con la depressione il malessere in questione condivide unicamente questa sorta di ottundimento emotivo, che però non paralizza,  piuttosto porta a concepire pensieri e a mettere in atto comportamenti “disorganizzati”, incoerenti, superficiali, non guidati da un filo rosso o da una motivazione stabile e solida nel tempo.

Se nella depressione ci sono tristezza, paralisi, solitudine accompagnate da un pessimismo lucido, a questo livello osserviamo esattamente  il rovescio, dunque una venatura maniacale. L’umore è spesso forzatamente euforico benché al fondo piatto, la vita frenetica, piena di impegni, le relazioni innumerevoli tipo “mordi e fuggi”, il pensiero vischioso,  incurante della logica anche quando imbastisce dei ragionamenti.

Spesso compaiono sintomi fisici, malattie per lo più immaginarie o appartenenti alla sfera della psicosomatica.

La depressione vera e propria evoca l’immagine di una foglia morta, ingiallita, rinsecchita dall’inverno; questi scenari richiamano piuttosto  quella più vaga, più crepuscolare  di una foglia al vento, priva di qualsiasi peso specifico che la faccia almeno precipitare, piuttosto che fluttuare nell’aria seguendo percorsi vorticosi e senza senso.

I traumi in gioco raramente sono davvero consistenti, le prove della vita di rado all’insegna della drammaticità autentica. Morte, malattia, violenza non sono i protagonisti di  questi drammi, che si posizionano su un piano marcatamente  immaginario piuttosto che reale.

Nelle esistenze di questo genere  c’è tutto: genitori sufficientemente buoni,  figli, mariti, amanti, salute, lavoro, denaro. Eppure un senso di vuoto dilagante spinge a chiedere aiuto, apparentemente per motivi futili, banali, nulla che non si possa risolvere con un po’ di pazienza e qualche chiacchierata con un amico.

Tornare a vivere?

La domanda, a tratti convulsa, pare essere quella  di poter tornare a vivere. Come si fa? Come si fa a non esistere e basta? Come si fa a respirare? A resistere ai diktat sociali, alle mode intese come modalità stereotipate di atteggiarsi e di concepire il presente e il futuro? Come si fa insomma a essere se stessi?

E così si torna da capo. Per concedersi il lusso di essere se stessi ci vuole infatti tanta forza, tanta capacità di nuotare vigorosamente contro corrente, di accettare sconfitte e ridimensionamenti unitamente ad una disposizione a rinunciare alla calda coperta anestetizzante delle identificazioni al gruppo.

Allora pare proprio che il recupero di un sentimento intimo della vita sia connesso ad una quota di indipendenza dal sistema. Più l’adesione ad esso è acefala, totale, più esso finisce per frammentare  l’identità dei singoli in una sorta di caleidoscopio dove si recitano cento parti in commedia, dove si dice tutto e il contrario di tutto, dove ogni evento insignificante può trasformarsi in un dramma da Guinness dei primati.

La soluzione tuttavia non può essere la fuoriuscita dalla società, il cui limite estremo sarebbe il vagabondaggio o il ritiro nella foresta. Posto che al disagio della civiltà non c’è rimedio, il soggetto può però opporre resistenza, grazie alla coscienza di sé e all’esercizio della critica. Può cercare ambienti più consoni alle sue esigenze profonde, una volta individuate e messe a fuoco. Sempre però tenendo a mente l’inesistenza del luogo ideale, essendo il conflitto fra individuo e sistema largamente non componibile.

Conosci te stesso

Conosci te stesso dunque. Si parte dalla soggettività. In molti casi va soltanto recuperata, spolverata e poi allenata. I cambiamenti in questi casi sono rapidi, bastano pochi mesi di terapia per vedere dei risultati spettacolari in termini di recupero di vigore e coraggio.  Il cambiamento costruttivo è la cifra di percorsi di tal genere, che coincidono frequentemente con un massiccio ridimensionamento di obiettivi di carriera o di successo  in favore di progetti indipendenti che conservino un impatto sul sociale.

Poi ci sono situazioni più dubbie, in cui osserviamo una vera e propria diluizione della soggettività, una sua alienazione radicale al discorso dell’altro. Questo fenomeno interessa soprattutto personalità dai modi esteriori magari ribelli, ma al fondo frutto essi stessi di un adeguamento conformistico ad un gruppo, ad una moda o ad altro. Nelle storie di queste persone c’è stato un cedere precocemente a dinamiche del tipo inclusione-esclusione, la prima avvenuta al prezzo di uno spossessamento dei propri desideri o pensieri critici.

Se poter ritrovarsi coincide con il passare attraverso una fase di perdita,  non è detto si sia disposti ad accettare o a tollerare un costo così alto. Ed ecco vincere sugli sforzi terapeutici l’aggrapparsi alle certezze, con tutto il correlato di distrazioni “carine” , di vuoto “bla bla” anche in seduta per continuare a non pensare, a sfuggire alla propria verità crogiolandosi  indefinitamente in falsi problemi.

Male oscuro, Aiuto psicoterapeutico

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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