Depressione e adolescenza

Adolescenza e gioventù quasi mai coincidono con spensieratezza e leggerezza. Sono molte le “minacce” alla serenità del “risveglio di primavera”: difficoltà relazionali, solitudine, disagio con il corpo sessuato e la sessualità, incertezza per il futuro, condizionamenti familiari, eventuali malattie, ecc… L’adolescente e poi il  giovane possono venirne sopraffatti; la dolorosa percezione di inadeguatezza può sfociare in depressione, il dubbio rispetto al proprio valore può diventare certezza e virare in un sentimento di schiacciante nullità.

Anche l’adulto al fondo quando va in crisi è esposto alle stesse intemperie che si abbattono sul giovane: la perdita di un lavoro, di un amore, la conseguente esclusione sociale e la solitudine si avvicinano molto al senso di spaesamento che vive il giovane all’inizio del suo confronto con la vita non più “protetta” dall’infanzia.

Ma l’adulto ha meno probabilità di cadere in depressione se ha dalla sua l’esperienza, non semplicemente quella di aver già vissuto in passato una depressione (che di per sè facilita il ricaderci), ma di averla “attraversata”, conosciuta, superata, vinta.

Il giovane questo tipo di attrezzatura non ce l’ha, se la deve per l’appunto procurare vivendo. Il suo problema di fondo (con le dovute differenze individuali) consiste nell’aver a disposizione tutto d’un tratto un potente strumento, l’intelligenza astratta, a discapito dell’esperienza di vita. È quest’ultima infatti che empiricamente dimostra che ai momenti oscuri ne seguono sempre di luminosi e viceversa; è sempre a lei che si deve la coscienza che esistono realmente nuove possibilità, nuove occasioni di cambiamento, rilanci, vie d’uscita.

Senza esperienza di vita, senza aver potuto toccare con mano l’esistenza reale di qualche  “svolta”, senza aver vissuto la sorpresa di veder aprirsi le nubi dopo anni di pioggia, l’adolescente crede a quello che vede con la sua intelligenza critica  e rifiuta di certo le rassicurazioni degli adulti, che gli suonano false e vanamente consolatorie.

La via conformistica è scelta da molti per ripararsi dal rischio di farsi domande, per dribblare l’esclusione, per darsi un’identità solida, per scongiurare il rischio di andare a fondo. Essere come gli altri, pensare e atteggiarsi come i leader del proprio ambiente di riferimento, stare alle regole spesso disumane e perverse del gruppo,  proteggono dall’incontro con la propria diversità e dal peso di doverci venire a patti.

Il mimetismo tuttavia ha evidentemente dei costi in termini di forza, di autenticità e di creatività. È però la via più battuta, dalla giovinezza esso prosegue molto frequentemente fin nella maturità. Ha alla base la paura, il terrore atavico della solitudine e del disadattamento. Stare nel gregge rassicura ma stritola e alla lunga non si rivela mai la scelta vincente; una volta che questo si disperde che fa la pecora smarrita se non trova un altro mucchio in cui inserirsi?

Ora, il giovane che  ha l’ambizione ad essere semplicemente se stesso, perché così è stato nel bene e nel male educato, vede più facilmente l’ “orrido vero”: vede che per stare con gli altri deve “atteggiarsi” in un certo modo, deve fingere, recitare, nascondersi. I meccanismi immaginari che regolano le relazioni sono di natura speculare, “io mi specchio in te tu ti specchi in me, siamo uguali, siamo felici”. Poi, magari, per rispecchiarsi  con qualcun altro diventa necessario indossare un altro abito ancora, magari rinnegando il precedente in un teatrino  senza fine.

Il rischio di vedere in adolescenza questa “parziale” verità senza ricorrere al salvagente del  conformismo è la depressione. La depressione è l’assenza di fiducia per antonomasia, è la nube che si chiude senza far passare nemmeno più un raggio di luce. È la vittoria assoluta del negativismo; gli uomini sono cattivi, io sono insignificante, la vita è solo una recita, solo una sofferenza, il futuro certamente pieno di guai, l’esistenza una corsa verso il disfacimento e la morte.

Il giovane depresso si convince che per lui non c’è posto, si dibatte fra due alternative fallimentari: annullarsi nel gregge o annullarsi nella mortificazione solitaria. La terza via gli sfugge,  via che però ad  un certo punto può agganciare spesso grazie alla contingenza, ad un incontro fortunato oppure ad un’intuizione a cui seguono sperimentazioni. La modalità  per agganciare questa possibilità in ogni caso non è mai frutto dell’esercizio del pensiero ormai viziato dal negativismo.

Questa terza via consiste nello scoprire concretamente che si può e si deve essere ciò che si è, che ci si può abbandonare, lasciare andare così come viene anche nei rapporti umani senza per questo fingere o ricalcare simmetricamente l’interlocutore.

La propria irregolarità da handicap può svelarsi la chiave di volta, la vera risorsa da cui partire. Sarà più difficile? Pazienza. Ci saranno meno amici, pochissimi amici? Meglio pochi ma buoni.  I miei interessi mi spingono verso strade poco incoraggianti? Andiamoci lo stesso.  Nessuno mi ama e mi vuole? Vorrà dire che camminerò da solo lasciando una porticina semi aperta, prima o poi qualcuno incontrerò.

Un atteggiamento mentale simile si incrementa fino a mettere radici nella misura in cui si cominciano a vedere dei frutti, dei successi da qualche parte. E i consensi dopo un “clic” mentale di questo tipo arrivano, sia nello studio che nelle relazioni.

Perché se è vero che vige la legge livellante del gruppo un po’ a tutti i livelli è vero anche che il bisogno di autenticità resta nei cuori di tutti. Esistono ambienti, situazioni, lavori che hanno un grandissimo bisogno di menti “diverse” , vanno trovati.  Non chiudendo gli occhi sul male e sulla miseria umana, che esistono, ma aprendoli anche sul bene e sulla virtù, più silenziosi, più discreti  ma ben presenti pure loro sulla scena.

Il mondo necessita del contributo di gente viva, capace di essere se stessa e di contribuire allo sviluppo della comunità grazie ai propri talenti. Pur accanto alla stupidità, all’odio e al razzismo c’è nell’umano qualcosa di prezioso e nell’esistere persiste un’invisibile magia accanto alla tragedia. Il giovane in crisi ha bisogno attraverso i suoi percorsi tortuosi di arrivarci da sé.

L’ambiente familiare può fare molto e poco al tempo stesso. Poco, perché prediche e consigli non sono più accettati anche se a volte richiesti con forza.  Il giovane critica violentemente e accusa i genitori, frequentemente inconsapevoli e involontari esempi negativi. Ma al tempo stesso la famiglia può molto, nella misura in cui silenziosamente appoggia e dà fiducia al suo ragazzo in difficoltà nel mentre si interroga su se stessa.

Le crisi dei ragazzi se non represse e negate possono far scattare dei processi di messa in discussione e di cambiamento in quegli adulti capaci di lasciarsi contagiare dalle questioni profonde e complesse dei giovani, spesso aventi delle potenzialità di risveglio per la così detta “maturità” assopita nel tran tran della conservazione dell’avere e della comodità.

Adolescenza, Rapporto genitori figli, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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