Depressione e curiosità

La curiosità, intesa come stato di meraviglia davanti alle cose che spinge incessantemente a volerne penetrare più a fondo lo sfuggevole significato, è un’attitudine mentale benefica per la psiche, nella misura in cui la mantiene viva proteggendola dagli agguati di ansia e depressione.

Il già saputo nella depressione

Nella depressione infatti  il sentimento del “già noto” la fa da padrone. Si tratta di una sorta di tedio che si impadronisce della mente spingendola a categorizzare tutte le esperienze come mere “ripetizioni” di altre già vissute. Il depresso è convinto di conoscere già tutto, mentre di fatto il suo rapporto con la realtà è impedito ed alterato dalla sua stessa rigidità di pensiero, che lo porta a leggere prima ancora di aver letto, ad emettere un verdetto negativo su qualsiasi persona o circostanza prima ancora di lasciarsi prendere e stupire dall’altro.

La presunzione e l’acredine sono caratteristiche che tipicamente accompagnano certi stati depressivi in cui ha un ruolo centrale questo sentimento di onniscienza e di superiorità rispetto al mondo. L’Io si compatta e si ripiega su se stesso, mentre la realtà viene disprezzata in quanto frustrante, deludente, ripetitiva e noiosa. Essa viene paragonata ad un’ideale irraggiungibile, uscendo inevitabilmente perdente e con le ossa rotte dal confronto.  

Il più delle volte tale disgusto finisce per dirigersi anche verso l’Io, avvolgendolo nella stessa nube di disistima e di disdegno che inghiotte tutto quanto.

La critica obiettiva

L’atteggiamento critico sano si differenzia da quello patologico nella misura in cui scaturisce da un’analisi obiettiva, non distorta e appesantita da fantasmi di natura personale. Generalmente il depresso si lamenta ma resta incollato alla così detta “fonte” del suo patire, mentre potrebbe tranquillamente porre fine a situazioni o relazioni che gli ingenerano insoddisfazione. Dal lamento protratto infatti egli ne trae un perverso piacere, che da un certo momento in poi lo nutre al punto tale da non poterne fare più a meno.

La curiosità, contrariamente all’atteggiamento svalutante, invece è esplorazione, è aria fresca che entra in una stanza, è assenza di giudizio, è propensione a capire, a lasciare indietro le proprie categorie. Per poter penetrare nel segreto di qualcosa, di una situazione, di un luogo, di una comunità umana, di un’opera d’arte, di un lavoro e perfino di  una persona  infatti è necessario farsene umilmente coinvolgere, confondervisi anche, ripetendo tale accostamento più di una volta, ogni volta come se fosse sempre la prima.

E così alla lunga, assorbendo le sfumature, le contraddizioni e nei casi sfortunati anche i veleni correlati all’oggetto con cui si è entrati in contatto, si  può decidere che tipo di distanza tenere rispetto ad esso. In ogni caso tale viaggio avrà arricchito, avrà incentivato quel benessere psichico che si risveglia ogni volta che la coscienza riesce a filtrare un’esperienza senza paraocchi e fuori dai binari dell’abitudine.

La curiosità verso il noto

Va da sé come l’esercizio della curiosità verso il “nuovo” sia più semplice di quello verso il già “noto”. È nei confronti di persone o situazioni che apparentemente non hanno più segreti che diventa cruciale capire se ci sono ancora margini per la scoperta.

Molte crisi in campo sentimentale piuttosto che lavorativo non sono altro che la spia di una depressione latente, che porta a svilire e ridurre il valore di ciò che ancora potrebbe essere salvato, se solo fosse visto con occhi che sanno andare alla ricerca di ciò che sfugge, di ciò che resta nuovo e inesplorato nel vecchio.

Certamente nuovi incontri possono suscitare nuovi amori, nuove passioni e nuovi interessi, a volte più pieni e coinvolgenti, ma essi possono venir accolti senza necessariamente sostituire impulsivamente i vecchi, senza rottamare un passato che conserva ancora inalterata una sua imperfetta ricchezza.

Poi sicuramente il passato in certi casi può e deve essere lasciato andare, ma solo quando la certezza della sua fine irreversibile è acquisita in piena consapevolezza. Siamo pur esseri in divenire,  e ciò che credevamo di volere una volta nel tempo può confermarci i dubbi che nel fondo del cuore avevamo sempre nutrito nei suoi confronti (ma non ascoltato perché accecati da aspettative o incalzati da esigenze prioritarie).

Curiosità o bulimia di sensazioni?

Chi tende alla depressione rischia di permettere che il suo mondo  venga trascinato nel gigantesco  gorgo dell’insoddisfazione, che priva le giornate del loro gusto e del loro potenziale di piacere e di stupore. Soffermarsi sulle piccole cose è l’arte del curioso, capace di godere di sfumature, di dettagli, di quelle inezie che costituiscono parte integrante della vita di tutti i giorni e che se messe nella giusta evidenza svelano uno spettacolo nascosto pieno di mistero e di fascino.

Gli affamati di sensazioni, sempre a caccia di stimoli, sono soggetti che,  inclini al veder tutto grigio e a dar tutto per scontato, per scuotersi dal torpore trasformano l’insoddisfazione in irrequietezza. E si mettono alla ricerca di qualcosa o di qualcuno da cui trarre energia. Ma essi sono davvero capaci di curiosità autentica, o vengono piuttosto divorati da una brama che succhia, ingurgita e divora senza apprezzare davvero nulla?

Sempre più spesso nella contemporaneità come atteggiamento di massa prevale tale bulimia,  che spinge a bruciare avidamente la vita in una rincorsa senza fine di una sazietà perennemente evanescente. Il tempo lungo della conoscenza, essenziale ad ogni atteggiamento autenticamente curioso, fondante ogni incontro che possa definirsi davvero tale, viene accorciato nell’euforia maniacale a cui seguono invariabilmente delusione e scontento.

I rapporti umani, i progetti lavorativi, la semplice organizzazione delle giornate sono dominati dalla fretta, dalla necessità di cambiare, di riempire, di sfuggire alla paura di una semplice battuta d’arresto, pausa necessaria per ogni vera esperienza. Il tempo vuoto atterrisce più che mai, eppure è proprio da lui che nascono le idee, i sentimenti, i legami forti.

Immediatezza e superficialità condannano ad un’infelicità intervallata da scariche d’adrenalina, lo stesso effetto delle droghe che inebriano per poco ma trattengono a lungo nella tristezza. Al contrario lentezza, rovesciamento dell’ovvio, accoglienza della complessità regalano la gioia intima e duratura della scoperta, inesauribile per chi si sofferma a guardare oltre l’apparenza.

La psicoterapia si configura allora in questo scenario come un’occasione verso il ripristino di un minimo di curiosità verso se stessi e verso l’altro, sempre che essa sia custodita dal curante come disposizione interiore rispetto alla propria pratica e in generale rispetto alla vita.

Il dire, il ridire, il raccontare di nuovo, ancora e ancora sviluppano nel tempo una capacità di decentramento nuova, in grado di appassionare nuovamente ad una storia, la propria, data troppo sbrigativamente per ovvia, oscura e scontata.

Male oscuro, Disagio contemporaneo

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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