Depressione e femminilità
Perché le donne sono più a rischio depressione?
L’esperienza clinica sembra portare a credere che la depressione colpisca maggiormente il sesso femminile. Una maggiore vulnerabilità della donna nei confronti dell’affetto depressivo appare un dato certo. Ma perché? Cosa la predispone a scivolare più facilmente rispetto all’uomo nella tristezza e nell’apatia?
Per rispondere a questa domanda bisogna per un attimo tenere presente una differenza fondamentale tra i sessi. Un soggetto in posizione femminile, per il fatto stesso di essere predisposto alla generazione della vita e alla cura, dà più importanza all’essere rispetto all’avere.
La valorizzazione che la donna dà all’essere la può portare, in certe circostanze, ad essere maggiormente vulnerabile rispetto all’uomo allo sguardo dell’altro. Essere bella, essere desiderabile, essere brava, essere apprezzata, essere riconosciuta sono degli imperativi che fin da bambine le donne percepiscono come pressanti.
L'uomo invece tendenzialmente è più indipendente dal giudizio legato al suo “essere bello e bravo”, si soddisfa maggiormente con il possesso delle cose, attraverso l’avere (donne, denaro, belle auto, successo lavorativo, prestigio sociale ecc…).
Se la depressione costituisce una reazione emotiva alla perdita di un legame affettivo o dell’immagine ideale di sè che si prolunga nel tempo e si incista in maniera patologica, la donna risulta particolarmente esposta proprio in virtù di questa sua differenza rispetto all’uomo.
La donna infatti è portata a rintracciare il suo valore personale nelle relazioni, trae linfa vitale dal sentirsi desiderata e importante per l’altro. Nelle circostanze in cui i legami si interrompono o l’immagine restituita dall’altro non è più quella di una volta la donna è a rischio di andare incontro a sentimenti depressivi, molto di più rispetto agli uomini.
Gli uomini tengono a bada il malessere depressivo attraverso delle “consolazioni autistiche”, si rifugiano nel lavoro o si baloccano con oggetti che vanno a rinsaldare l’immagine narcisistica lesa dalla perdita. L’uomo è reso meno sensibile alla sofferenza emotiva grazie a questi meccanismi di difesa, che lo isolano dall’aggressione del pianto e delle emozioni.
Detto ciò non significa che tutti gli uomini siano schermati dal possesso e reagiscano freddamente alla perdita. Esistono anche uomini assolutamente virili in posizione femminile, più interessati all’essere che all’avere, e donne iper femminili nell’aspetto ma psichicamente virilizzate, interessate alle cose, competitive ed emotivamente schermate.
La Depressione e la Perdita
La depressione colpisce allora di più le donne perché, basando il valore del loro essere sul riconoscimento da parte dell’altro, nel momento in cui lo perdono percepiscono un forte ridimensionamento della loro persona.
L'affetto depressivo si instaura ogni volta che un soggetto è esposto a una perdita che tocca e svuota il suo essere, accentuandone la costitutiva fragilità. Il sentimento di non valere nulla che qualifica questo stato luttuoso, spesso associato a inerzia, mancanza di spinta vitale e auto rimproveri assolutamente infondati, trova il suo senso nella caduta dell’immagine ideale a cui l’essere si appoggia.
Perdere un amore significa allora perdere ciò che dà sostegno all’essere, ciò che compensa una mancanza. Non è tanto la perdita in sé dell’oggetto d’amore a innescare l’affetto depressivo, quanto la funzione che questo assolveva nel far sentire la donna amata, desiderabile e unica.
Per la donna, a differenza dell'uomo, la situazione che più frequentemente scatena vissuti depressivi appare la perdita di un compagno. Essere amata dona consistenza all’essere, non esserlo più porta via tutto, persino la percezione di esistere.
La controparte maschile invece, pur nella sofferenza per la fine di una relazione, non mette in discussione radicalmente la propria persona, che rimane di solito saldamente ancorata a identificazioni solide. Anche l'uomo soffre per una rottura sentimentale, ma le basi del suo essere sembrano non venir intaccate. Egli trova una compensazione nel lavoro o in attività che ne esaltano bravura e competenza.
Una donna invece, nonostante oggi il suo ruolo sociale non preveda più un'esclusiva dedizione al proprio uomo e alla famiglia, quando resta senza il suo amore si percepisce persa, inutile e in balia dei venti.
Crisi e rischio di virilizzazione
Oggi non è infrequente osservare crisi depressive in donne che per anni si erano tenute alla larga dalla depressione grazie a identificazioni virili. Queste crisi compaiono dopo un periodo considerevole di tempo dedicato esclusivamente alla carriera e all'inseguimento di una realizzazione professionale, sulla scia di una modalità di esistere tipicamente maschile. Bastano un arresto della carriera, un problema di lavoro, la comparsa dei primi segni del tempo, lo scadere dell’età biologica per la procreazione a mandare in frantumi il modello virile a cui queste donne falliche si erano uniformate.
La solitudine affettiva viene allora percepita in tutta la sua drammaticità, portando con sè sentimenti di vacuità esistenziale, noia, sensazione di ottundimento sensoriale, come se il mondo e i suoi colori fossero improvvisamente sbiaditi.
Gli stessi obiettivi che avevano appassionato per anni sono considerati inutili e privi di fondamento. Le relazioni superficiali coltivate solo per divertimento o la solitudine sopportata per anni in nome di un amore ideale proiettato nel futuro appaiono di colpo come uno spreco, un'imperdonabile perdita di tempo che ha sottratto vita e possibilità di incontri autentici e reali.
Curare e prevenire la depressione
Ma perché subentra proprio la depressione invece di una normale e comprensibile tristezza connessa con la perdita di un amore? La depressione non è la risultante scontata della perdita. Essa si innesta ogni volta che non lasciamo andare ciò che abbiamo perduto. Si ha depressione se ci fissiamo all'istante della perdita, se non accettiamo che quella persona non ci sia davvero più per noi.
Quando non tolleriamo che il nostro essere sia sottoposto a uno smarrimento profondo e tentiamo di sottrarci al relativo dolore è il momento in cui siamo più esposti allo sviluppo di affetti depressivi.
Guardare invece in faccia la situazione per quella che è, prenderne atto, è il primo passo per evitare la depressione (non certo per eludere la sofferenza).
La cura della depressione femminile ha perciò come primo obiettivo svegliare chi ne soffre dal proprio torpore e dall’atteggiamento negazionista. La terapia funge sia da iniezione di vita attraverso un supporto emotivo e una viva relazione di parola con il curante, sia da luogo in cui si possa portare avanti una riflessione sulle cause profonde che hanno portato a mettere in secondo piano la propria femminilità in nome di un adeguamento a modelli di natura maschile.
Una riscoperta di cosa vuol dire essere donna può gettare le basi per recuperare un rapporto più armonico con la vulnerabilità e sensibilità che qualificano ogni essere femminile, anche quello apparentemente più forte e corazzato. Ciò non all'insegna della passività, della svalorizzazione o di una rassegnazione a una presunta inferiorità femminile.
Al contrario questo lavoro porta a non vedere più nelle qualità che tipizzano la donna un meno e a valorizzarle nella loro diversità e ricchezza rispetto ai diktat sociali di competitività e dominanza.