Indipendenza e solitudine

“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che é la mia debolezza”. Questa frase, attribuita a Pier Paolo Pasolini, condensa con precisione il conflitto che molti amanti dell’indipendenza vivono in rapporto alla quota più o meno grande di solitudine inevitabilmente connessa.

La forza dell’indipendenza

Coloro che ci raccontano in seduta un simile rapporto con la solitudine non patiscono necessariamente di depressione. Almeno in apparenza. Le loro vite sono piene, attive, interessanti, spesso anche autenticamente creative e produttive. Non mancano nemmeno i rapporti interpersonali, le storie, perfino un certo riconoscimento sociale.

Queste persone non si sentono mai completamente parte di qualcosa, di un gruppo, di un’istituzione ma si mantengono pertinacemente “indipendenti” ovunque si trovino. A lavoro, in coppia, con gli amici. Non solo nel senso di una freddezza emotiva o di un distacco. Infatti possono anche vivere momenti di intensa complicità, di condivisione, perfino di comunione con l’altro. Ma alla fusione segue sempre il ritorno in una dimensione inaccessibile, privata: la stanza tutta per sé, il silenzio, il tempo da impiegare senza dover rendere conto a nessuno.

Non solo. L’indipendenza si manifesta oltre che sul piano emotivo anche su quello mentale. Infatti il senso critico non viene mai meno rispetto all’opinione altrui, accolta, tenuta da conto, ma mai sposata come fosse la propria. Per questo si tratta di individui scarsamente suggestionabili o inclini ad infatuazioni, tendenzialmente lucidi, a volte un po’ scomodi perchè non manipolabili, a volte troppo critici con gli altri e poco con se stessi (nonostante l’autocritica anche feroce che però non si svela costruttiva).

La debolezza della solitudine

Dove starebbe allora il problema? Fin qui infatti abbiamo descritto il lato “forte” della solitudine connessa all’indipendenza: riparo da indebite intrusioni nel privato, un’immensa potenzialità creativa, un vivere in accordo con se stessi e i propri valori, la possibilità di sperimentare il legame senza venirne fagocitati in una dimensione routinaria. Insomma una condizione apparentemente ideale, di equilibrio.

Ora la questione sorge quanto più perentoriamente si manifesta l’esigenza individuale di “respirare”, di non subire il benché minimo condizionamento. L’indipendenza in tutte le sue forme, quando viene ricercata con un’ostinazione che non ammette cedimenti, finisce con il compromettere la possibilità di far attecchire qualsiasi legame duraturo, consegnando gradatamente ad un senso crescente di distacco e di vuoto disperante.

Nel momento in cui si fanno strada debolezze, bisogni affettivi, desideri di comunicazione oppure problemi concreti più o meno gravi non c’è nessuno davvero disposto ad ascoltare, ad essere di supporto.

Si sa come il rapporto con l’altro sia sempre fonte di paura, nella misura in cui attiva inevitabilmente bisogni di dipendenza. Ma se scongiurare qualsiasi forma di attaccamento si profila come l’esigenza primaria, va da sé che qualsiasi relazione non possa durare. Il compagno o la compagna (se non vengono mandati via prima) ad un certo punto si allontana, a causa della protratta frustrazione dei propri bisogni affettivi. Anche gli amici possono attuare atteggiamenti simili di presa di distanza, perché pure l’amicizia necessita di cura e di impegno e la trascuratezza la uccide.

Il nodo problematico sembra allora stringersi attorno all’importanza “vitale” che ha assunto per alcuni la difesa del proprio campo d’azione, tanto da portarli ad atteggiamenti radicali più o meno consci di rifiuto. Chi sperimenta tale difficoltà non riesce a vedere il proprio coinvolgimento nell’allontanare gli altri, o se lo vede lo considera legittimo, supponendo il compagno o l’amico al fondo inadeguato.

Magari finisce per riparare in rapporti consumistici o esclusivamente di lavoro, dunque in “non rapporti” in cui tutto si gioca sul dare e sul prendere in un pareggio di conti rassicurante ma ancor più inaridente. Il sentimento doloroso di solitudine esistenziale anziché ridursi si amplifica, mentre il senso di vuoto si allarga spingendo verso un cinismo che non lascia più scampo a nessuno.

I perché

La reiterazione di certi atteggiamenti negli anni è dovuta al non poter mettere a fuoco non solo l’autocondanna all’assenza di affettività, ma anche le dinamiche che hanno portato a rinchiudersi nel cerchio dei propri confini, sovrainvestendo l’autonomia come valore massimo.

Spesso le storie dei malati di solitudine ci restituiscono un precoce investimento in attività solitarie fin dall’infanzia, soluzioni individuate ben presto per “isolarsi” da ambienti emotivamente difficili, per tutelarsi dalla contaminazione di emozioni negative provocate dall’altro.

Non di rado troviamo (come nel caso della vita di Pasolini) rapporti esclusivi con un genitore, che ingombrano a tal punto da far vivere ogni relazione che comincia a farsi profonda con l’angoscia di venirne sopraffatti. Paradossalmente la strenua salvaguardia della libertà nel reale svela l’impossibilità di sperimentare intimamente una vera emancipazione (che si accompagni al mantenimento di un’affettività più o meno “sana” verso il genitore chiamato in causa). Essa é stata falsamente associata alla fuga, all’edificazione di muri.

Un lavoro psicoterapeutico è ricercato quando si arriva a non farcela più, a non sopportare più il peso della solitudine. Oppure quando il guscio si crepa grazie ad un incontro davvero coinvolgente, una persona speciale che magari prima fa vacillare le difese e poi sparisce, facendo precipitare nell’abisso una volta sopportabile.

Allora la terapia può andare a costituire quella molla che aiuta a scoprire le carte, mostrando la vera relazione patologica in gioco e portando via via a livelli crescenti di consapevolezza, in un lento lavoro di decostruzione dei baluardi.

Tags: Solitudine

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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