Il rapporto sessuale e l’amore secondo Lacan

L’uomo è attratto e gode del pezzo di corpo della donna. Quel divino dettaglio che rivela la nostalgia del primo oggetto d’amore, la madre. Ciò che Lacan chiama oggetto “piccolo a”. Oggetto perduto ma nello stesso tempo frammento che resiste ad ogni forma di addomesticamento pulsionale e che orienta fatalmente il desiderio di un uomo. La sessualità maschile è dunque circoscritta, chiusa sull’oggetto, improntata sull’avere, comandata dal fallo. In un certo senso un po’ idiota, nella misura in cui è ciecamente determinata da specifiche caratteristiche dell’oggetto. Che le fanno mancare l’incontro con la particolarità dell’Altro, la relazione, il rapporto con l’essere del partner nella sua totalità.

Anche la donna è spinta in un certo senso verso il ritrovamento dell’oggetto perduto, del tratto paterno. Questa ricerca è però difficilmente separabile dalla domanda d’amore. La donna è libera dalla schiavitù del fallo. Cosa che da una parte dà una possibilità supplementare al suo godimento, esponendolo all’infinito, sganciandolo dalla tirannia del pezzo. Dall’altra espone però ad una certa fragilità identitaria, che la porta a cercare conferme del suo essere nel desiderio dell’Altro. Ecco che la domanda d’amore ha per lei la funzione di argine rispetto alla propria mancanza. A volte la domanda d’amore di una donna può arrivare fino all’eccesso, trasformandosi in un’ossessione distruttiva.

Abbiamo allora sul versante maschile la ricerca del pezzo, su quello femminile la domanda d’amore. Che fa sì che l’uomo e la donna siano un po’ come Achille e la tartaruga i quali, secondo il noto paradosso di Zenone, si trovano condannati a non incontrarsi mai.

Che cosa può compensare questa disimmetria fondamentale dei sessi? Usando le parole del maestro francese, cosa supplisce all’inesistenza del rapporto sessuale? La risposta che Lacan ci dà è l’amore. L’amore, quello corrisposto, quello che fa sì che l’amante sia anche l’amato, permette il rapporto fra soggetti. Si ama l’eterogeneità radicale dell’Altro, l’altro in quanto Altro. Al di là delle qualità che possiede, semplicemente per se stesso. Desiderio e godimento non si trovano più in opposizione ma, grazie al miracolo dell’amore, si allacciano.

La mira di un’analisi in fondo è quella di permettere a un soggetto di incontrare l’amore. Di esporsi cioè alla contingenza della vita, al nuovo, all’urto del non ancora conosciuto. Qualcosa che si pone al di fuori della ripetizione nevrotica, della ricerca dell’oggetto perduto.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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