Amore o passione?

Amore e passione sono due entità diverse, possono sovrapporsi oppure restare separate. In ogni caso, anche nel più felice in cui avviene un incontro tra esse, le loro nature restano di qualità differenti.

Purtroppo oggigiorno, nell’epoca edonistica in cui viviamo, spesso la passione viene scambiata per l’amore, ingenerando equivoci, avvitamenti e sofferenze a volte davvero profonde.

Il desiderio che uccide

Se identifichiamo la passione come un assoluto che rifiuta ogni condizionamento da parte del simile (o della legge degli uomini) la accostiamo all’espressione massima della soggettività, ovvero al desiderio. Che, se non temperato dall’amore inteso come rispetto e come cura, potenzialmente si pone contro l’altro.

Quando questo tipo di passione è diretta su un oggetto non umano e non meramente di consumo come un’impresa, un lavoro, un obiettivo artistico o professionale si rivela un’energia creativa, viva e vivificante (sempre se bilanciata da una qualche disciplina).

Quando invece punta senza filtri su un essere umano gli effetti possono essere devastanti su entrambi gli attori della vicenda passionale. L’oggetto del desiderio cattura per la sua immagine esteriore e dunque per le proiezioni a cui essa dà luogo.

Sostanzialmente colui che desidera si specchia nel desiderato, vede in esso qualcosa della propria immagine ideale. Una cattura immaginaria, in cui i confini tra soggetto e oggetto sono abbattuti. L’infatuato non vede l’altro per quello che è; l’altro è lo schermo che riflette i suoi sogni, le sue aspettative, il suo immaginario, i suoi bisogni, i suoi ideali. L’altro è oggetto di brama, come un brillante splendente.

I problemi nascono nella misura in cui dietro al brillante c’è una persona che sempre poco ha a che vedere con l’immagine che riflette, quindi con le suggestioni a cui dà luogo nella mente del desiderante.

Dal lato di chi brama si verifica quello che accade ogni volta che l’essere umano raggiunge una soddisfazione tramite un oggetto. Il desiderio svanisce, contestualmente l’oggetto perde ogni attrattiva. Più la fascinazione è forte, più il processo è lento, sebbene inesorabile. Nulla, nemmeno il gioiello più prezioso, può mantenere la promessa di innalzare il narcisismo di chi lo indossa. Il tutto dura per un po’, con alti e bassi, con impennate e frenate brusche, con recuperi di slancio e immancabili freddezze. Anche una buona dose di aggressività può palesarsi, nella misura in cui l’oggetto delude, non completa l’immagine ideale. Apre una mancanza ma non la colma.

La ricerca d’altro prima o poi prende il sopravvento. Nel frattempo l’amante esercita una sorta di controllo sull’amato, per assicurarsi di poterlo avere sempre a portata di mano in caso di risveglio del bisogno. Qualora esso si sottragga o tenti di sottrarsi a tale altalena, il partner potrebbe avvertire transitoriamente dei sensi di colpa e un’intensificazione della propria brama. Ma si tratta per lo più di finte, nulla che abbia davvero a che vedere con un interesse non egoistico.

L’oggetto del desiderio (se non è nella stessa simmetrica posizione del desiderante a parti invertite) può sentirsi usato, può sperimentare la frustrazione di non percepirsi riconosciuto come soggetto. Allora accade che spesso reclami invano segni di attenzione che vadano oltre la ripetizione ossessiva di avvicinamento –allontanamento. Se la sua personalità poi è fragile possono scatenarsi reazioni folli, in cui la vittima si trasforma in persecutore. I livelli di aggressività rivendicativa possono alzarsi notevolmente innescando reazioni altrettanto violente dall’altra parte.

Come insegna la psicoanalisi ogni relazione speculare, ogni amore narcisistico sottende la trappola dell’aggressività e dell’odio ed è destinato a perire più o meno tragicamente.

L’amore che salva

Nell’amore le cose vanno invece diversamente. L’amore riconosce la creatura, vuole il bene dell’altro, non si cura dell’immagine ma coglie qualcosa dell’anima invisibile agli occhi, verso la quale nutre profondo rispetto e simpatia (nonostante le debolezze e gli inevitabili limiti umani).

L’amore non oggettifica ma esalta la soggettività per ciò che è, non usa, non soffoca, non conosce sbalzi d’umore e altalene ossessive. È qualcosa che c’è, solidamente. È una fonte inesauribile di dono (sempre che non subisca sistematici attacchi), di riconoscimento, di gioia nella gioia dell’altro.

Può nei casi fortunati accompagnarsi all’immaginario esaltante della passione, dando luogo ad un’unione in cui alla potenza accecante del desiderio si affiancano la compassione e la tenerezza per l’essere dell’altro. Allora è il sublime in terra.

Ma l’amore in purezza trascende la componente passionale, è totale, disinteressato. Prescinde anche dalla sessualità.

Chi ama, ama in tutte le relazioni che stabilisce con i simili, che siano di lavoro, di amicizia, di intimità coniugale. Aborrisce il consumismo relazionale, l’esaltazione narcisistica fine a se stessa, il possesso dissipativo, la manipolazione, la scarica evacuativa delle frustrazioni sull’altro.

Chi ama cerca la luce, un’elevazione rispetto alla mera legge della sopravvivenza (comandata da meccanismi improntati alla conservazione di sé). Non nel senso della santità, preclusa alla maggior parte degli umani. Ma, pur nell’ambito delle passioni, la bussola dell’amore non si arrende al cinismo, al rotolarsi nello stagno di meccanismi acefali e affettivamente aridi, sebbene spesso perpetrati in nome della bellezza e spacciati per amore.

L’amore lo si riconosce perché vola alto. Perché è cura, attenzione gratuita alla bellezza della singolarità sempre vulnerabile dell’essere vivente.

Rapporto uomo donna

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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