Masochismo femminile e amore

Cosa spinge alcune donne a ricercare nella vita sempre le stesse tipologie di uomini che fanno soffrire? Perché sono irresistibilmente attratte dal tormento in una relazione? E perché solo nel dolore riescono a sentirsi vive, ad avere cioè il senso non tanto di essere amate ma di amare?

L’argomento è molto complesso e si presta a svariati livelli di interpretazione. Qui ci interessa fornirne una chiave di lettura dal punto di vista psicoanalitico, per altro non la sola possibile. Vorremmo cioè circoscrivere la riflessione a quei casi in cui è in gioco a monte un rapporto fortemente ambivalente con la figura paterna.

Di solito, nell’infanzia delle donne che incappano sempre in relazioni fortemente passionali ma sentimentalmente frustranti, si trova un padre che è stato molto amato, è apparso cioè ai loro occhi di bambine come “il migliore”. Ad un certo punto però questa figura, per vari motivi, subisce un brusco e forte ridimensionamento. Il papà buono e idealizzato cade, delude. Avviene quella che in psicoanalisi chiamiamo “frustrazione edipica”. Ma quali sono questi motivi che determinano la messa in discussione della figura paterna? Generalmente si tratta di tutte quelle circostanze che possono andare a ledere l’immagine narcisistica di una persona, che la rendono vulnerabile, fragile, castrata. Dunque un fallimento lavorativo, una malattia, un tradimento, un risvolto caratteriale collerico o fuori misura sono tutte situazioni che mostrano un lato in ombra, mancante dell’Altro, e che fanno incontrare la sua assenza, il suo non esserci al cento per cento per chi ne attende l’amore. La bambina sperimenta in questo modo la sensazione di essere tagliata fuori da una parte di vita del padre, sente di non riconoscerlo più, di non avere valore per lui. Può accadere che associ la sensazione d’amore della prima infanzia a questa nuova percezione di non essere nulla agli occhi dell’Altro. L’amare si salda al non essere amati. Il dolce e l’amaro si uniscono in un cocktail indissolubile. Possono inoltre apparire tracce precoci di quei comportamenti da “crocerossina” che vediamo spesso nelle relazioni adulte. Per tentare di restaurare l’immagine ideale del padre, per essere viste da lui, si fa di tutto, ci si mette al suo servizio.

E’ chiaro dunque come nel momento successivo di ricerca di un oggetto d’amore al di fuori della famiglia, la scelta tenda a ricadere su uomini che condividono il tratto paterno della non piena arrivabilità, dell’indisponibilità, della freddezza, oppure al contrario della fragilità. Il paradosso è solo apparente perché spesso gli uomini estremamente compatti e freddi, custodiscono dentro loro stessi (come abbiamo già visto a proposito dell’uomo narcisista) dei lati di estrema fragilità, che fanno leva sulla speranza della donna di poterli redimere, salvare, guarire. I due estremi quindi, l’”uomo che non deve chiedere mai” e l’uomo castrato si trovano a coincidere, mostrando l’inquietante parentela fra opposti.

Alla luce di questa spiegazione acquistano senso i comportamenti masochistici di cui queste donne sono capaci. C’è un godimento nell’essere soggiogate dall’Altro, come se solo nell’esperienza del dolore e della frustrazione fosse possibile reperire l’eccitante sensazione dell’essere vivi, dell’amare. Una specie di traccia rovente del primo oggetto d’amore che non cessa di presentarsi nella vita affettiva adulta.

Come se ne esce? Alla domanda naturalmente non è possibile fornire una risposta valida per tutti, visto che esiste sempre il caso per caso e ogni storia è sempre a se stante rispetto alle altre, pur nelle somiglianze. Inoltre per noi sostenitori della psicoanalisi non esistono ricette standard che arrivano dall’Altro, ciascuno di noi è chiamato a trovare le sue risposte e soluzioni, in linea con il concetto che esiste una responsabilità soggettiva. Detto questo, possiamo esprimere una suggestione. Se il passato non passa, se il passato tende a ripresentarsi nel presente, appare senza senso cercare di esercitare un controllo su forze più grandi di noi. Così come è altrettanto scellerato abbandonarsi del tutto a comportamenti masochistici solo perché “è più forte di me”. La sfida di una psicoanalisi è rendere possibile il superamento di ciò che ci schiavizza a partire da una sua accettazione e non da un suo rifiuto. Il che vuol dire che qualcosa del passato continuerà sempre a tornare, magari però sotto una forma meno virulenta e più vitale. Non più la mera ripetizione, non più l’identico, la copia. La mira è uno spostamento dalla posizione passiva della ripetizione. Sarà dunque inevitabile per certe donne essere attratte da uomini che possiedono specifiche caratteristiche, ma potranno reperirle all’interno di relazioni nel complesso non patologiche, accogliendole come resti, residui, frammenti preziosi del primo e indimenticabile oggetto d’amore.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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