Ansia sociale e ipersensibilità: come trasformare la paura in un "super potere"
Il volto della paura: come si manifesta l’ansia sociale
Il cuore inizia ad accelerare, la prontezza mentale sembra tutta d’un tratto evaporare e confondersi nella nebbia, le gambe si irrigidiscono, le parole proprio non ne vogliono sapere di uscire o, se lo fanno, suonano stonate, fuori ritmo.
Il fantasma della figuraccia incombe e allora un solo pensiero riprende il comando della situazione: andare via, fuggire il più lontano possibile da lì.
Chi soffre d’ansia sociale o di fobia sociale conosce bene queste sensazioni, il sentirsi fuori posto, inadeguati, senza più un volto.
Gli altri, riuniti in una festa, in un gruppo di lavoro o di semplice hobby iniziano a far paura e a perdere le sembianze umane. A poco a poco vengono trasfigurati in mostri: i loro sorrisi sono ghigni di scherno, i loro sguardi saette che inceneriscono.
La paura: da segnale a "bestia feroce"
La paura ha questo potere di distorsione della realtà; eppure, al tempo stesso, è una segnalatrice infallibile di pericolo.
Il problema nella fobia sociale risiede proprio nella difficoltà di padroneggiare efficacemente l’inquietudine e di trasformarla in un “super potere”, in uno strumento che orienta il giudizio e guida l’azione.
Le percezioni si amplificano così tanto da impedire un uso adattativo del tumulto interiore. Anziché chiedersi: “cosa c’è che non va in questa dinamica relazionale, perché avverto questo disagio” si va nel panico, ci si sente piccoli e indifesi come davanti a una bestia feroce.
Ansia sociale e ipersensibilità: il bisogno di fuggire
Soffrire d’ansia sociale si correla molto spesso a una forma di ipersensibilità: le antenne sono finissime nel cogliere quelle espressioni, quegli atteggiamenti e quegli stati d’animo che a molti sfuggono ma l’effetto è quello di venirne “sovrastati”.
La psiche, eccessivamente surriscaldata dalla mole di sensazioni ricevute, va in tilt. Non di rado questo disagio si associa alla convinzione che ci sia qualcosa di sbagliato in se stessi, perché si è così turbati interiormente da non riuscire minimamente a concentrarsi freddamente sull’altro e su cosa stia realmente succedendo.
La necessità di scappare si spiega allora come un atto di autodifesa, come il bisogno di ritrovare la propria centratura, di ritornare ad essere nuovamente un tutt’uno ben separato dalla massa di stimoli esterni.
Un "trucco" che funziona: spostare l'attenzione
Come si può placare la paura senza dover ricorrere necessariamente alla fuga e all’uscita di scena?
Un trucco che funziona davvero e di cui non si parla nei “sacri testi” è l’incremento della concentrazione dell’attenzione sugli altri anziché sull’effetto che gli altri hanno su di noi.
La sensazione che gli altri ci provocano è preziosa e non va affatto ignorata. Tuttavia essa va maneggiata con cura, come un materiale di valore ma potenzialmente tossico.
Si tratta di imparare ad usare le percezioni come strumenti conoscitivi senza farcene invadere al punto tale da non capire più nulla e non distinguere più la realtà dalle paure.
La vera strategia consiste nell’isolare la percezione e nel metterla da parte per il “dopo”; intanto si resta concentrati su quello che succede, su cosa dicono o fanno gli altri, poi si vedrà se la situazione ci piace davvero e se la vorremo rivivere.
Togliersi dal palcoscenico: osservare (e non solo essere osservati)
Il punto, quando si frequenta un qualsivoglia gruppo, è togliersi dal palcoscenico: come non ci si reca a teatro per guardare come si viene guardati ma ci si va con l’intenzione di gustarsi lo spettacolo, anche nelle situazioni sociali non ci si presenta per vedere se e come si viene considerati.
Osservare ed ascoltare gli altri senza preoccuparsi del loro sguardo è fondamentale. Certo, il loro modo di fare lascia una traccia in noi, ci incoraggia con la simpatia e ci raffredda con il distacco, ma anziché andare dietro alla percezione del “mi sta trattando con sufficienza” (ingigantendola e identificandoci ad essa), la si può utilizzare come strumento in più: “guarda questa persona com’è altezzosa…e va beh non è mica un mio problema”.
Spostare il focus da noi all’altro è fondamentale se vogliamo sopravvivere tra le persone senza voler piacere a tutti i costi a tutti e senza dover quindi abbandonare il campo.
Se troviamo la calma interiore per metterci davvero in ascolto, per concentrarci sull’esterno, dimentichiamo noi stessi. Un po’ come avviene quando leggiamo un libro avvincente.
La spontaneità allora arriva da sola per effetto di tutto ciò.
Nella misura in cui non penso a me e quindi a cosa dire il dire stesso si materializza, esce in maniera naturale come risposta all’altro, viene come “richiesto” dal contesto.
Non c’è quindi più bisogno di decidere a priori se parlare o meno, sarà la situazione relazionale a indicarci se c’è spazio per noi e come.
Nei gruppi c'è spazio per tutti (anche per chi ascolta)
Un’altra consapevolezza che potrebbe aiutare chiunque abbia problemi di ansia sociale è questa: le persone generalmente hanno fame di attenzioni, vogliono parlare e tenere la scena. Perché allora non lasciarglielo fare? Perché pensare di essere sbagliati se non si ama l’esibizione?
Nei gruppi ci sono sempre persone più dominanti di altre, ma queste non sono necessariamente le più popolari e le più gradite. Esistono i leader positivi, le anime della festa, i trascinatori, gli effervescenti ma anche le “radioline” sempre accese, che spesso sono semplicemente “tollerate”.
Le persone ipersensibili, vulnerabili all’ansia e alla critica, hanno bisogno di capire che nella socialità c’è spazio per tutti, anche per chi non ha la parlantina immediatamente sciolta. Osservare, ascoltare davvero prima di prendere la parola infondo è sempre apprezzato.
Se poi in una particolare situatione sociale si ha sistematicamente la percezione reiterata di non avere possibilità alcuna di inserirsi, si può valutare tranquillamente se questa situazione abbia senso per noi.
Autostima e consapevolezza: la vera cura
Il tema dell’autostima è molto presente quando si parla di fobia sociale. Affinché sia possibile non farsi travolgere dall’iper sensibilità è fondamentale restare saldi in se stessi, restare freddi, quella freddezza che non deriva dall’assenza di emozioni ma dall’autocontrollo dato dalla consapevolezza del proprio valore.
Per coloro che hanno un forte sentire questa è un’acquisizione che avviene in genere con la maturità nella vita, da giovani è sempre un pochino più difficile sebbene non impossibile.
La consapevolezza di se stessi migliora con l’età, ma può essere sviluppata anche in adolescenza o during la giovinezza, grazie anche a delle guide mature e a loro volta rese sagge dall’esperienza.
Genitori, educatori, insegnanti e psicologi possono fare davvero molto per aiutare i ragazzi più introversi a considerare in maniera positiva le loro caratteristiche di personalità.
Aiuto psicoterapeutico , Ansia da prestazione, Ansia patologica