La psicologia dell'odio: perché la vendetta non porta giustizia

Giustizia e pena di morte
Il presidente Trump ha autorizzato la fucilazione esibita in streaming dell’ex maggiore Nidal Malik Hasan, responsabile della strage del 2009 nella nella base militare di Fort Hood in Texas.
Dacia Maraini nel suo articolo “La vendetta non è giustizia” pubblicato il 9 Ottobre sul Corriere della Sera commenta la notizia, interrogandosi sulle ragioni e sulle implicazioni alla base della crescente legittimazione dell’odio sociale e della vendetta di stato.
A tal proposito, ci ricorda le riflessioni sulla pena di morte di Cesare Beccaria, il quale ne sosteneva l’inutilità ai fini della deterrenza e la sostanziale incompatibilità con l’esercizio della giustizia da parte dello stato.
Come può uno stato che condanna l’omicidio macchiarsi del medesimo reato? Come si concilia la pratica vendicativa con i valori della giustizia e della democrazia?
L'analisi psicologica dell'odio
Lasciamo adesso l’articolo della Maraini e concentriamoci invece su un’analisi psicologica.
Questa questione della vendetta di stato, che può apparire principalmente un problema di natura sociale e politica, è cruciale anche per quanto riguarda il funzionamento psichico.
L’odio è una passione umana, una delle passioni più forti e più difficili da controllare.
Nell’essere umano la percezione di aver subito un torto può essere scatenata da fatti gravi (come il caso della sparatoria nella base miliatare americana) ma anche da futilità, perché il valore che attribuiamo a ciò che ci destabilizza è del tutto personale e frutto delle esperienze che ci hanno forgiato durante la nostra maturazione psichica.
Nel corso della crescita è dunque fondamentale acquisire in primis una capacità di riconoscimento del proprio odio e secondariamente quella di decentramento rispetto a esso.
Un essere umano mediamente equilibrato infatti non è immune dalla passione dell’odio, ma è in grado di metterla a fuoco e di capirne le motivazioni profonde, di natura squisitamente personale.
Interiorizzazione e controllo
Tale postura può proteggere dai passaggi all’atto vendicativi, conseguenza dell’accecamento a cui sospinge l’odio.
Quando predomina questa forma mentis l’esistenza della legge, amministrata nel reale da parte dello stato, fa sentire i suoi effetti prima di tutto all’interno del soggetto.
L’interiorizzazione della legge, che contiene l’odio e impedisce il suo debordare nella vendetta privata, infatti non si limita ad una mera obbedienza a un principio esterno.
Il significato più profondo della “Legge dentro di me” ammette che si possa provare odio ma pone la questione del perché. Rimette cioè la questione che suscita la passione distruttiva all’interno della psicologia individuale, consentendo quindi di lasciar perdere l’oggetto esterno.
L’illusione che la distruzione del colpevole possa dare pace viene così sconfitta. Anche eliminando l’altro, anche togliendolo di mezzo i fatti non possono essere cancellati e tantomeno l’effetto che questi fatti hanno avuto su di noi.
Proiezione e traumi
Anzi, come insegnano i miti greci, dopo un atto di giustizia privata si può perfino scivolare in una condizione di ossessione persecutoria. Non è solo un rimorso, un moto della coscienza risvegliata, ma anche un vero e proprio ritorno del nemico che si sperava di silenziare tramite l’azione aggressiva.
L’altro non lo possiamo mai eliminare del tutto, perché da un certo punto in poi esso è un fantasma, ovvero una proiezione dei nostri traumi, delle nostre ferite nascoste, perfino di tratti irrisolti e non riconosciuti in noi stessi.
Fragilità e relazioni sociali
Si capisce allora perché uno stato che autorizza la vendetta e la spettacolarizza pure fornisce un pessimo esempio ai suoi cittadini, allentando la loro possibilità di specchiarsi in una legge evoluta.
Ciò ha delle ricadute importanti, soprattutto sui giovani e sui soggetti psicologicamente fragili.
Si va a minare uno dei fondamenti della convivenza pacifica con l’altro. Si passa il tremendo messaggio che ad un’azione segue sempre una reazione uguale e contraria. Con tutto il correlato di autorizzazione alla violenza e di indebolimento delle facoltà di elaborazione psichica.
Se gli esseri umani smarriscono la possibilità di controllare i loro impulsi, se l’offesa narcisistica autorizza qualsiasi scarica aggressiva su chi la provoca, se la famosa autocritica cessa cosa ne sarà della vita di relazione così come l’abbiamo conosciuta?
Non si tratta solo di fenomeni macro sociali ma anche di convivenza spicciola, con il vicino di casa, con lo stesso familiare.
Consapevolezza e pace interiore
Ripeto, il buonismo e la cancellazione dell’odio non c’entrano nulla.
Dico di più. Demonizzare l’odio è un errore, perché esso, quando è riconosciuto, ha un grandissimo potenziale di separazione da situazioni tossiche.
Ma ciò non nel reale, bensì nell’intimo di noi stessi.
Interrogare le passioni senza agirle in maniera acefala è il vero punto. Ogni volta che ci riusciamo guadagnamo coesione interna, evoluzione e pace duratura.
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Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.