La depressione giovanile

Esiste una peculiarità della depressione che affigge il giovane adulto? La sofferenza depressiva fra i venti e i trent'anni sottende cioè un denominatore comune, al di là della particolarità delle vicissitudini singolari?
Un punto ricorrente nelle storie dei giovani che inciampano in una depressione sembra essere la difficoltà di realizzazione personale. In primo piano appare la sensazione di essere come sospesi in un limbo, senza una collocazione definita nel mondo, un posto certo da occupare, una vocazione da seguire.

Si tratta di casi in cui la dimensione più intima, personale cortocircuita con il dato reale della crisi e della disoccupazione. Il bombardamento mediatico rispetto alla carenza di possibilità per i giovani, la pressione a fare in fretta, la competitività degli ambienti universitari esasperano le paure e le insicurezze di chi non ha alle spalle un contesto familiare supportivo e rassicurante.

La depressione del ventenne è dunque un effetto dell'amplificazione dei fantasmi personali di inadeguatezza esercitata dalla realtà complessa e frustrante con la quale si ritrova a confrontarsi, spesso in maniera traumatica. Ecco che la visione di un qualsiasi futuro collassa, mentre compaiono disperazione, autovalutazione e sentimenti di vacuità esistenziale.

Frequentemente chi rischia di sviluppare una depressione fra i venti e i trent'anni incontra nel proprio processo maturativo (già in età adolescenziale) una difficoltà nella messa fuoco dei propri desideri. Molto spesso rinuncia per compiacere le aspettative dei genitori, dedicandosi a studi o iniziative che sente non appartenergli. Oppure segue il suo istinto, si sottrae alla domanda dell'Altro senza però avere la forza per sostenere fino in fondo le difficoltà connaturate al tentare di realizzarsi davvero.

Alla base vi è dunque un problema di separazione dall'Altro. O se ne viene schiacciati in un'alienazione mortificante, oppure ci sono la ribellione, il rifiuto, il "no!" che però non si allaccia ad una vera autonomia, ad una vera passione, ad una reale predisposizione, fondamentali affinché il fare di testa propria non sia solo uno slancio velleitario. In quest'ultimo caso quello che sembra un movimento soggettivo alle prime difficoltà mostra tutta la sottostante subordinazione al detto dell'Altro: non si può fare, non ce la fai, è troppo per te, c'è la crisi, ecc...

La terapia allora andrà nella direzione di promuovere questa separazione mancata dall'Altro. Non attribuendo all'Altro tutta la colpa della condizione di tristezza vitale del giovane paziente, ma stimolandolo a mobilitare le sue energie per assumersi la responsabilità del suo desiderio. Certo, per fare questo è necessario mostrargli comprensione umana per il suo stato di difficoltà. Spesso l'Altro familiare è davvero, nel reale, profondamente castrante.

Ma empatizzare e basta con le disgrazie del depresso non produce cambiamento, rischia di fissare ancora di più la sua posizione vittimistica e rinunciataria di fondo. Bisogna smuoverlo dal godimento inconscio delle sabbie mobili in cui è sprofondato, risvegliarlo, stimolarlo ad elaborare i suoi traumi e ad assumere piano piano su di sè la fatica, i rischi, le perdite, i fallimenti che comporta il fatto stesso di vivere.

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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