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Recensione di "Area traumatica e campo istituzionale" di A. Correale

Copertina del libro di A. Correale "Area traumatica e campo istituzionale"

Antonello Correale, nel suo "Area traumatica e campo istituzionale” (Borla, 2006), sostiene una tesi largamente condivisa dai clinici: in moltissimi casi il disturbo borderline di personalità si associa ad un trauma indotto da un oggetto genitoriale percepito come frustrante, indisponibile e umiliante.

Prima di approfondire la tesi di Correale, ci tengo a specificare che, come sempre, queste correlazioni individuate dai professionisti della salute mentale sono da considerarsi come ricostruzioni post facto: non è una legge universale che una madre con tali caratteristiche costituisca la causa diretta dello sviluppo della patologia borderline nella prole. Inoltre, perché una malattia psichiatrica emerga, è essenziale anche il contributo della predisposizione genetica e dell’assenza di fattori protettivi, quali incontri significativi o figure di riferimento alternative rispetto a quelle genitoriali.

Secondo l’autore, un deficit di una presenza rassicurante impedisce lo sviluppo del cosiddetto"riposo", inteso non semplicemente come cessazione dello sforzo, ma come disposizione mentale a creare nuove connessioni di pensiero, punti di vista allargati, riflessioni ad ampio spettro.

Si tratta di una capacità propria di tutti gli esseri umani, che si connette al concetto freudiano di “attenzione liberamente fluttuante”: la mente è libera di spaziare, di ricercare, di inventare, di connettere elementi sparsi e di ricondurli a qualcosa di nuovo.

Una presenza genitoriale instabile, rumorosa, confusiva altera tale condizione di pace mentale, gettando nella disperazione e nella tendenza a sostituire la capacità di pensare con i passaggi all’atto.

L'agire impulsivamente, la rabbia possono così essere interpretati come tentativi di mettere fine al tumulto interiore, che però finiscono per accrescere per via delle conseguenze negative connesse agli agiti. Il caos, l'agitazione irrequieta vengono così rinforzate anziché alleviate.

Il trauma infantile e le differenze con la psicosi

La rappresentazione interiorizzata del genitore del borderline è traumatizzante nella misura in cui fa mancare sistematicamente un senso di sicurezza e di gioia nella vita del figlio.

Questo non perché il genitore sia intrinsecamente cattivo, ma perché questi è a sua volta vittima di vicende di vita drammatiche.

Ne deriva che il bambino futuro borderline vive l'esperienza traumatica di sentirsi come un oggetto sballottato sulle onde, qualcosa di sradicato, di inutile, senza appoggi e senza prospettive: prevale un vissuto catastrofico di perdita totale e irreparabile.

Secondo Correale, se nello scompenso psicotico osserviamo una rottura con la realtà e lo sprofondamento in un mondo solitario e inafferrabile a cui segue la creazione di una neo realtà (delirio), nel borderline le cose vanno diversamente. Non osserviamo l’ingresso in un mondo parallelo: il borderline resta solo con il suo terrore, senza nemmeno la consolazione di diventare psicotico.

Egli può vivere delle esperienze dissociative (stati alterati di coscienza, disturbi dell'attenzione, restringimento della memoria e disturbi percettivi) ma non giunge mai in un mondo parallelo, al massimo mette in scena un personaggio teatrale, tormentato e tormentante.

Le crisi nelle relazioni di coppia

Nelle relazioni affettive adulte, il borderline rivive l'esperienza traumatica originaria di natura frustrante, anche quando il partner offre delle modalità relazionali equilibrate.

Sembianze odiose e indifferenti possono comparire di colpo nella percezione del borderline, e andarsi a sovrapporre ai volti amorevoli del compagno. All’improvviso la persona amata viene “sentita” come ostile e cattiva.

Nella mente del soggetto irrompe allora una disperazione dolente, una rabbia violenta, finalizzata in maniera distorta a ristabilire il legame. L'urlo, l'imprecazione o l'aggressione puntano in realtà a suscitare convulsamente l'interesse e la cura da parte dell'altro, ma finiscono ovviamente per allontanarlo.

Queste dinamiche sono repentine e imprevedibili, perché tutto si gioca nella testa del borderline. Il partner o semplicemente l'interlocutore può dire o fare qualcosa senza nessuna intenzione abbandonica o svalutante, ed essere però interpretato a partire dalla rappresentazione traumatica interiorizzata.

Spesso egli rimane con la sensazione di aver fatto un danno, senza capire perché e di quale danno si tratti. La ferita del passato spinge il borderline ad una sorta di ipervigilanza, che lo rende sensibilissimo e attentissimo a ciò che l'altro è o fa.

Il borderline tiene l’altro sotto una costante lente di ingrandimento, senza potersi mai fidare definitivamente. La sua ricerca di presenze vive, non ipocrite e di prove di vero interesse nei propri confronti, non si arresta mai, non sfocia mai in fiducia tranquilla e incrollabile. Il partner viene sfibrato dai continui attacchi del compagno, che da vittima si trasforma così in persecutore.

Ruolo del terapeuta e gestione della rabbia

La sensibilità esasperata di questi pazienti li rende acutissimi nel cogliere se il curante capisce davvero l'intensità del loro disagio o se mostra soltanto un generico senso di disponibilità umana.

La loro ricerca di persone "vere", davvero interessate, li porta a sottoporre chi hanno di fronte a continui test. Non solo, nella relazione terapeutica rivivranno proprio le dinamiche legate all'altro traumatico.

La sfida di un approccio terapeutico è allora quella di aiutare il borderline a sviluppare la capacità alterata di "riposo" della mente, per contrastare impulsività e distruttività.

È importante innescare un "gioco" di pensieri attivo e orientato, ricco di aspetti metaforici, proponendo idee, ampliamenti, spiegazioni e chiarimenti.

Il terapeuta è chiamato a esserci, instancabilmente. Secondo l’autore il curante attinge la sua forza da un "nucleo di solitudine creativa e dolente" che in lui è circoscritto, mentre nel paziente si sviluppa in maniera tumultuosa e totalizzante, inibendo ogni sviluppo fecondo.

Una notazione importante riguarda la rabbia. Se per Correale è importante non reagire specularmente alla rabbia del paziente, il terapeuta che viene attaccato non deve però nemmeno comportarsi come se non fosse toccato minimamente dalla situazione. In entrambi i casi, reagendo o facendo finta di nulla, egli riproduce la freddezza e l’inaccessibilità dell'altro traumatico.

Il terapeuta può allora permettersi di mostrare della stanchezza, ma farlo a partire dalla consapevolezza che nella rabbia di cui è oggetto è contenuto un appello disperato, a cui è chiamato a rispondere incarnando un soggetto non traumatico. In questo modo aiuta il paziente a interiorizzare una figura affettiva “intera”, rendendo così meno necessaria la scissione che tiene separati gli oggetti buoni da quelli cattivi.

Nella misura in cui l’ambivalenza viene tollerata un po’ di più, il soggetto borderline ha la possibilità di rapportarsi ai suoi amici e ai suoi partner in modo più equilibrato, senza dover passare bruscamente da stati di idealizzazione a svalutazioni rovinose.

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Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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