Non siamo attrezzati a sopportare la guerra: la fragilità della società occidentale
L'eredità perduta e la rimozione del trauma
L’inconscio collettivo post bellico degli anni cinquanta sapeva bene cosa fosse la guerra e cosa significasse la pace. Dopo gli orrori, la fame e la perdita, l’orientamento verso la ricostruzione permeava la mentalità della gente, agganciandola ai valori della sobrietà e della solidarietà.
Già trent’anni dopo una grande rimozione di massa aveva cancellato il dramma, confinandolo nel luogo delle paure. L’ondata di consapevolezza si era trasformata in certezza che certi fondi non sarebbero mai più stati toccati, almeno in seno alla società occidentale “evoluta”.
L’illusione è rimasta attiva per oltre mezzo secolo. Intere generazioni sono nate e cresciute all’insegna della scontatezza del benessere, della libertà d’espressione e della pace.
Il declino dei valori e l'individualismo sfrenato
La diffusione del benessere economico su larga scala nel frattempo ha contribuito allo sviluppo di anti valori, come l’utilitarismo e il consumismo. La percezione di invulnerabilità sul piano dei confini territoriali si è accompagnata alla smania di possesso e di godimento sul piano materiale, depauperando progressivamente l’investimento di energie psichiche nella cosa pubblica.
La corsa ad arricchirsi e l’individualismo sfrenato hanno finito così con il prevalere sulla cura, l’attenzione e il rispetto verso le proprietà condivise, come l’ambiente, l’istituzioni e i legami sociali. Ogni aggregato umano ha iniziato a comporsi di individui concentrati nello sfruttamento delle risorse ai fini personali, a detrimento dello sviluppo di comunità realmente floride e progressiste.
L’immagine e l’apparenza hanno sostituito la sostanza a tutti i livelli: l’importante è che le cose sembrino funzionare, non che funzionino davvero. Il rapporto con l’altro in quanto altro da sé ha così perso ogni connotato di arricchimento sostanziale per ridursi al livello di alleanza di comodo, quindi instabile perché legata all’opportunità del momento.
Nichilismo, social media e regressione psichica
I cittadini hanno perso ogni interesse verso la politica, ma anche nei confronti della religione e della cultura in senso più ampio. Nichilismo e volatilità di interessi sono diventati i nuovi fondamenti antropologici della società contemporanea. L’avvento dei cellulari e dei social network ha sostituito la vecchia televisione, già promotrice di questo svuotamento di pensiero e di profonda involuzione umana.
Quando un essere umano perde il contatto con il senso del limite, e l’esistenza dell’altro ne costituisce la manifestazione più importante, è destinato alla regressione e alla trasformazione in un essere ripiegato su se stesso e sui propri bisogni, capace solo di empatia di facciata ma sostanzialmente chiuso ad un lavoro profondo su se stesso. Gli impulsi infatti prendono il sopravvento in tutta l’economia psichica, che si riduce in ricerca del piacere e in evitamento del dispiacere. Questo assetto mentale, moltiplicato a livello esponenziale, spinge l’intera società nella decadenza, nell’edonismo fine a se stesso e nell’inciviltà.
Dalla dissoluzione morale alla tirannide
Passività, depressione, ignoranza si fondono in una miscela mortale, che apre nuovamente la via alla tirannide. Se la società è composta di individui concentrati unicamente a godere di futilità, senza spina dorsale, incapaci di avere una visione critica e un’intelligenza coltivata dallo sforzo dell’imparare e dell’evolvere, in grado soltanto di andare avanti con prepotenza e colpi bassi chi e che cosa finiscono per prendere le redini della situazione? I più scaltri, non i più illuminati, automaticamente fatti fuori da un sistema che rigetta il pensiero, la tolleranza e l’ascolto. Il tiranno non è diverso dal popolo esanime su cui governa, ha solo più potere, che gli deriva da mezzi economici superiori. Ed è sveglio quel tanto che gli consente di arricchirsi sempre di più a discapito del benessere della società civile.
Piano piano siamo scivolati fin qui, nella dissoluzione della stoffa morale dei singoli. Le guerre sono l’ultimo atto di questo progressivo disfacimento psichico, costituiscono la rappresentazione grottesca della distruzione dell’altro. Avendo perso di vista il semplice fatto che l’altro siamo noi, ci ritroviamo all’interno di un sistema suicida. La prepotenza cieca ed ingorda al suo fondo è un atto auto distruttivo. Non c’è bisogno di essere di religione cristiana per cogliere il concetto. Anche la scienza ormai sta scoprendo l’interrelazione fra noi e il mondo, il nostro essere parti di un tutto inscindibile. Nuocere all’altro significa soltanto nuocere a noi stessi. Arraffare equivale ad impoverirsi. E dichiarare guerra non è altro che morte certa.
Fino anche punto si spingerà la barbarie? Essere pessimisti è facile, ma l’ottimismo non può non tener conto della realtà preoccupante in cui siamo immersi. I bambini sono afflitti da problemi psicologici indotti dall’uso massiccio dei cellulari, a scuola non imparano più nulla, le famiglie sono smembrate dalla corsa verso il godimento effimero e dagli egoismi puerili dei loro membri adulti.
Come può sollevarsi un’umanità che sta distruggendo anche l’infanzia? Che adulti avremo fra solo vent’anni? E cosa succederà quando la guerra non sarà più solo uno show che avviene altrove ma sbarcherà in casa nostra? Saremo pronti a dire di sì al primo esaltato che ci invaderà o prenderemo le armi per combattere? Ma combattere per chi e in nome di che cosa?
Le invasioni barbariche sono già iniziate da tempo, e noi continuiamo a cercare di far finta di niente, concentrati nei nostri piccoli affari, nei viaggi, nel cibo e nelle illusioni consumistiche che il lancio di due o tre missili possono polverizzare in un attimo. L’uomo contemporaneo non è minimamente attrezzato a sostenere problemi banali di quotidianità, cosa farà in guerra? Si rifugierà ulteriormente nella follia? Penserà che saranno solo gli altri a morire?
Ricostruire il rapporto con l'alterità
Se la minaccia della guerra non è altro che la concretizzazione nel reale della distruzione simbolica dell’altro, se è vero anche che la società siamo noi, noi singoli, cosa possiamo fare operativamente per opporre resistenza allo sfascio di cui siamo inconsapevoli complici?
Si tratta di ricostruire dalle fondamenta il nostro rapporto con l’alterità, in tutte le sue forme. In primis è più che mai necessario rispolverare il valore del rispetto nei confronti del vicino. Nel nostro piccolo ognuno di noi può mettere in atto dei comportamenti virtuosi, anche nel luogo della propria casa. Insegnando ai figli a non correre sbattendo i piedi, a non buttare le cartacce per terra, a non andare in bicicletta sui marciapiedi perché si possono urtare anziani, disabili o comuni cristiani. Dando il buon esempio nel mantenere condotte che includono l’esistenza delle altre persone e il loro diritto di non essere danneggiati dalla nostra volontà di potenza.
L'arte della gentilezza e della pazienza quotidiana
Incominciare a praticare l’arte della gentilezza, anche quando siamo sotto stress e affaticati, è un ottimo modo per migliorare climi familiari e lavorativi. Un sorriso, una parola gentile, una piccola attenzione creano legame, umanizzano e oppongono la forza dell’amore a quella del cinismo distruttivo.
Anche in automobile, o sui mezzi pubblici possiamo esercitare pazienza e tolleranza. Mettere in conto un ritardo paga di più di mille sorpassi o spintoni fra parolacce e ingiurie. Vivere per performare inaridisce e isola mortalmente nelle proprie scatolette dotate di tutti i confort tranne che del senso di pace che deriva dal considerare se stessi come parte di un sistema.
Trattare bene gli impiegati, coloro che lavorano a contatto con il pubblico, gli stessi colleghi ritardatari o inefficienti è un’altra forma di civiltà. Rinunciare al godimento della protesta, al piacere guasto dello sfogo delle proprie frustrazioni sugli altri. Iniziare a vederli come persone a loro volta in difficoltà come lo siamo tutti, ciascuno al proprio livello. Smettere di pensare che agli altri vada sempre meglio. Vedere in quello che ti vuole fregare una forma di limite individuale che riguarda lui e la sua coscienza e non una nostra supposta debolezza.
La famiglia e il principio di responsabilità
E poi cominciare a curare sul serio il vero territorio in cui si consumano le peggiori guerre, ovvero la famiglia. Capendo le ragioni del partner, lasciandolo vivere, non soffocandolo di domande o di aspettative. Prendendo sulle nostre spalle il nostro proprio fardello quotidiano senza la pretesa che sia l’altro a doverlo alleggerire e ancor più senza pensare che i nostri problemi siano colpa di qualcuno.
Ecco, il principio di responsabilità viaggia di pari passo con quello del rispetto. Se l’altro sono io, allora tutto quello che mi accade è legato a me, che vivo in questo mondo intrecciato ad altri mondi.
Lavorare sull’egocentrismo e sul ripiegamento sui problemi futili dell’esistenza libera dalla zavorra dell’apparire e dell’eterno inseguimento di felicità materiali, destinate allo scacco e alla riapertura di nuovi bisogni indotti. Si hanno abbastanza soldi per campare? Imparare ad accontentarsi di ciò che si ha senza confrontarsi continuamente con quello che hanno gli altri è la base della serenità e del piacere puro dello scambio con il prossimo. Capire che l’altro siamo noi non equivale a dirsi che siamo uguali identici a lui, o che lo dovremmo essere o che addirittura dovremmo essere meglio. Vuol dire reperirsi come l’occhio che guarda la mano, o l’orecchio che ascolta la voce. Tutte le parti di un organismo sono diverse, eppure ciascuna ha una sua funzione insostituibile, una sua caratteristica che gli è propria, non misurabile come più o come meno.
Oltre la competizione e l'isolamento digitale
Quindi farla finita con tutta questa competizione inutile da social, questa competitività sterile avrebbe molto senso per rafforzare il patto sociale nelle piccole azioni del quotidiano. Chi frequenta le piscine o altri luoghi dove si pratica sport lo vede bene: la gente, anche di mezza età, anche spompata, senza grandi doti atletiche si mette costantemente in gara con il vicino, arrivando anche ad andargli addosso pur di illudersi di essere meglio, di avere più spazio. Sono atteggiamenti da compatire, la rabbia va riservata per altro. Ma riconoscersi nel personaggio patetico che cerca rivalsa in ogni dove può sempre svegliare la coscienza.
Limitare l’uso dei social, dei giochini, in generale di tutti gli schermi che chiudono in una bolla autistica, auto referenziale e illusoriamente appagante. Alzare gli occhi in alto. Se si è per strada iniziare a guardare il cielo, il verde degli alberi, le strutture architettoniche degli edifici. Magari entrare in una chiesa o in un edifico storico se si ha qualche minuto in più a disposizione. Se si è sui mezzi osservare le persone, scambiare qualche sguardo, un sorriso. Dare una mano a un anziano o a una donna che spinge un passeggino con un bimbo urlante come passeggero. Se si è a casa coinvolgere il partner o i figli in un’attività condivisa. Parlare, ridere, regalarsi il bene più prezioso, ovvero il tempo. Se si è a lavoro sfruttare la pausa per fare due parole anziché per controllare la bacheca di Instagram.
L'impegno sociale e la coltivazione del pensiero
E poi, se si capisce che la propria vita è troppo concentrata sul lavoro, la produttività e il funzionamento del sistema famiglia introdurre degli spazi da dedicare al sociale. La pulizia dei parchi, il volontariato con gli stranieri, i bambini, gli anziani. Questo è un punto più complesso, da intraprendere solo se si sente davvero un’energia in sovrappiù. Purtroppo in molti ambienti di volontariato nascono spontaneamente smanie di potere e di controllo. Se ci si avvicina va fatto sapendo che non si troveranno contesti illuminati. L’idea di reperire dei rifugi ideali rispetto al "mondaccio" è un’illusione che va vista e affrontata, pena la delusione, il ritiro e lo sviluppo di ulteriori amarezze.
Ciascuno di noi può capire dove è più forte e come, nel rispetto delle sue inclinazioni e del suo senso di libertà, mettere in atto comportamenti che contrastino la chiusura nell’individualismo sfrenato. L’inclinazione alla guerra la si contrasta anche con lo studio, con la lettura, con la coltivazione del pensiero e delle facoltà di giudizio. Ogni volta che compiamo degli sforzi intellettuali stiamo limitando il regno degli impulsi e degli appagamenti immediati, privilegiando il tempo lungo del pensiero e la riflessione.
Meditare e riflettere ci riconnette a qualcosa di più vasto, ci riannoda al presente, a una temporalità non incalzante e affannosa. Anche pregare, per chi se la sente, ha un valore enorme nel senso della conservazione della vitalità dell’anima. Un modo per ricentrarsi e contenere il dilagare dei pensieri negativi, sempre legati a questioni egoiche di stampo materialistico.
Tutte queste proposte non possono certo incidere sulle decisioni dei politici o sedicenti tali che ci ritroviamo ai posti di comando nella sfera globale. Però resta il fatto che se ogni cittadino prendesse coscienza dell’assoluta meschinità delle sue faccende personali, andremmo incontro a una ripresa della nostra umanità. Sarebbe bello se un rinascimento potesse svilupparsi prima e non dopo una guerra globale. Anche perché, come diceva Einstein, la guerra successiva verrebbe combattuta con i bastoni e le clave.
psicologia della guerra , Regressione psichica, Strategie di resistenza, Analisi clinica