Ansia e depressione: pluralità di forme ed intrecci

Non esiste depressione clinica che non abbia l'ansia come componente significativa ci insegna Eugenio Borgna nel suo "Le figure dell'ansia".

L'ansia cioè accompagna spessissimo la depressione, sia come qualcosa che le dà una specifica connotazione (colorandola di caratteristiche sfumature) sia come un'esperienza in grado di trascinare con sé la depressione stessa.
Ma cosa si intende precisamente per ansia? Essa si distingue dall'angoscia?  E cosa la rende fondamentalmente altro dalla paura?

L'ansia (l'angoscia) non è la paura

Ansia e angoscia in psichiatria sono generalmente usate come sinonimi, anche perché la loro distinzione terminologica è reperibile solo nelle lingue di origine latina. C'è dunque sostanzialmente un'equivalenza, anche se il  termine "angoscia" rivela una pregnanza semantica molto più intensa. "Angoscia" più facilmente si smarca dalla semplice descrizione di un'accellerazone cardiaca per rappresentare più riccamente l'inquietudine di fondo che tipizza tutto il genere umano.

L'ansia in quanto angoscia infatti contrassegna non solo alcune forme cliniche, ma la stessa condizione umana,  a cui appartiene come struttura costitutiva. In ogni caso si differenzia radicalmente dalla paura, ovvero dal timore di qualcosa.

Kierkegaard parlava dell'angoscia nei termini di "realtà della libertà come possibilità per la possibilità", Heidegger come "angoscia di..., ma non di questo o quello...". In entrambe le definizioni si coglie intuitivamente ciò che è al cuore dell'esperienza dell'angoscia: il suo dilagare di fronte a ciò che è oscuro e ignoto.

Essa si configura come un improvviso o continuato spaesamento, un'inquietudine, un senso di sventura imminente che ha in sé qualcosa di indeterminato e liberamente fluttuante. Mentre al contrario la paura si indirizza sempre su una situazione reale, concreta, non indefinibile ed enigmatica.

Ora questa ansia-angoscia, insieme alla depressione, può configurarsi come uno stato d'animo, ovvero come un'esperienza di vita alla quale non si può essere del tutto estranei e che si associa a scacco, perdita o delusione in relazione all'Altro. Ma l'ansia può anche assumere la forma di un'esperienza immotivata, che scaturisce cioé in assenza di situazioni atte a giustificarne l'emergenza.

Essa si inserisce frequentemente nell'area delle esperienze psicotiche, ed è soprattutto lei a necessitare davvero di un trattamento farmacologico (sempre da associare ad una psicoterapia, cioè all'ascolto vivo ed umano da parte di un altro essere).

Purtroppo oggi assistiamo ad una medicalizzazione sfrenata di ogni condizione ansiosa e depressiva, spia di un rifiuto che qualifica la nostra società nei confronti della sofferenza "normale", quella connaturata al variare dei nostri stati d'animo, della nostra vita emotiva.

Ansia e depressione allora vanno viste come realtà psicologiche e psicopatologiche umane che sconfinano dalla condizione "normale" e nevrotica a quella psicotica senza rigide barriere, senza tagli e delimitazioni ben marcate, anche se diversa ne è la causa.

L'ansia (l'angoscia) nei vari tipi di depressione

Come per l'angoscia, anche parlando di depressione in psichiatria si fa riferimento a stati d'animo per così dire nevroticamente "normali" , ovvero reazioni motivate a eventi dolorosi, e depressioni immotivate, che qualificano per lo più la psicosi. Già Freud nel suo "Lutto e melanconia" separava il lutto (come reazione legittima ma transitoria alla perdita) dalla melanconia (in quanto profondo e doloroso scoramento in netta rottura con il mondo).

L'ansia nella depressione motivata è allora anch'essa friabile, scomponibile: si accentua o si attenua in base alla conflittualità e alla tensione interne all'ambiente circostante, alternandosi inoltre agli stati depressivi. C'è da dire che in questi quadri, pur nella chiusura nella solitudine e in uno stato emotivo luttuoso, la richiesta di aiuto all'Altro é molto evidente. Se la sensibilità al rifiuto è elevata, è pur vero che essa lascia sempre aperto un canale comunicativo, facilitando la presa e l'efficacia della parola in un contesto psicoterapeutico.

Così non é invece nei quadri in cui l'angoscia si associa alla depressione di natura psicotica, riconducibile a due macro categorie, le depressioni psichiche o vitali e le depressioni deliranti.

Per quanto riguarda le prime, che spesso sconfinano talora dal circolo nevrotico a quello psicotico, il sintomo essenziale è dato dalla tristezza e dalla perdita della speranza. Esse non ci sono completamente estranee: la sofferenza espressa, pur  straziante, ci risulta ancora umanissima benché quasi impenetrabile. L'angoscia ne è tendenzialmente la struttura portante e si correla tematicamente al tema della morte e del morire.

Si tratta di un'angoscia di non poter vivere e al tempo stesso di non poter morire. I pazienti sperimentano realmente quest'esperienza, non c'è nulla di velleitario nei loro drammatici resoconti. Vivono la stessa condizione del moribondo che, tra atroci sofferenze, non può vivere e nello stesso tempo non può confidare nella liberazione della morte. La morte tarda ad arrivare costringendolo ad una morte in vita. Tale è la natura dell'angoscia in queste depressioni.

Diverso il discorso per l'angoscia insita nelle depressioni deliranti, in cui è assente la coscienza della malattia. Queste depressioni sono inghiottite da un'angoscia sconfinata che assume la forma di un vero e proprio delirio: delirio di colpa, delirio somatico e di rovina. I pazienti, insensibili a qualsiasi contestazione razionale, abbracciano certezze soggettive assolute e radicali, dominanti e immodificabili.
Allora nemmeno la parola del medico può incidere, ed egli può farsi solo presenza che ascolta in silenzio.

Quale terapia?

Se le depressioni nevrotiche o reattive sono largamente trattabili perché rispondono alla parola e alla relazione, di fronte a esistenze svuotate di slancio e speranza, staccate dalla dimensione del futuro e senza un presente autentico in cui realizzarsi, cosa può fare un clinico? Se l'angoscia che si accompagna alla melanconia è la cancellazione stessa della speranza e della possibilità di comunicazione, come non soccombere all'impotenza?

Eugenio Borgna ci incita a non demordere di fronte alla chiusura e allo svuotamento del dialogo. Non nel senso del parlare a tutti costi, cosa che sarebbe solo una inutile violenza e una banalizzazione della portata drammatica del vissuto del paziente di fronte a noi. La parola in questi casi incontra davvero  il suo limite. Resta la compartecipazione psicologica e umana, che passa, può passare anche nel silenzio, nello stare semplicemente accanto, in uno sguardo che sfiora leggero.

Cose impalpabili e indicibili ci dice Borgna, tuttavia le sole possibili e terapeutiche, al di là delle quali ci sono solo disfatta e non senso. 

Male oscuro, Disturbo bipolare, Sindrome maniaco depressiva, Ansia patologica

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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