Come ritrovare la motivazione al lavoro: l'approccio psicologico

Come ritrovare la motivazione per il proprio lavoro
In seduta mi capita spesso di ascoltare persone sorprese di non provare più nei confronti del loro lavoro la stessa motivazione di una volta. Ciò che appassionava ed era fonte di un interesse quasi monotematico, gradualmente o all’improvviso sembra quasi dare fastidio.
Tutto diventa un peso. La fatica, che veniva sopportata in nome dei risultati da raggiungere e del piacere stesso nell’esercizio di quella specifica attività, appare insostenibile. Un senso di rifiuto permea le giornate lavorative, intaccando l’umore e scatenando pensieri di insensatezza e inutilità.
Passione esaurita o lavoro mai amato: le due radici del calo motivazionale
Questa situazione di impasse motivazionale va distinta da quella condizione in cui il lavoro che si svolge non è mai stato particolarmente amato. Quando la spinta desiderante è sempre stata debole, la crisi può apparire superficialmente simile. Svogliatezza e tono dell’umore persistentemente basso sono elementi comuni, che però hanno alla base una causalità molto diversa. Anche il trattamento in psicoterapia segue due vie differenti.
Nel primo caso siamo nel campo dell’insoddisfazione che segue la soddisfazione, nel secondo ci troviamo di fronte all’insoddisfazione di colui che rinuncia a mettersi in gioco pienamente o si accontenta per scarsità di possibilità reali.
Bisogna infatti specificare che non tutti coloro che non sono appassionati del proprio lavoro sono dei rinuciatari. A volte è solo una questione di mancanza di opportunità, dovuta a eventi e circostanze di vita avversi affrontati senza aiuti.
Sono poche le persone che riescono con scarsi mezzi di partenza a costruire una loro identità lavorativa originale. Coloro che ce la fanno, in genere hanno un denominatore comune: in giovane età hanno sviluppato una buona auto consapevolezza e un’attitudine a non farsi sconti.
Quando il lavoro delude: come affrontare la crisi professionale
Partiamo dalla prima situazione, quella di colui che si realizzava e ad un certo punto non sente più niente, pensa di aver sbagliato tutto e magari medita di fuggire in Nuova Zelanda immaginandosi una casetta di legno e una vita semplice da pescatore solitario.
Di solito in psicoterapia non incentiviamo questo tipo di vagheggiamenti e non assecondiamo le persone nelle loro fantasie naive, a meno che non ci rendiamo conto che i loro progetti sono concreti e il calo motivazionale si accompagna allo studio di qualcosa di nuovo, sia esso legato in un rapporto di contiguità con l’attività in corso o del tutto di rottura.
Un medico che inizia a dipingere, può trovare nella pittura quella spinta che lo aiuta a rilanciare la motivazione nel suo lavoro, oppure può cambiare rotta e iniziare a vendere la sua arte. L’importante è che il nuovo si affacci in contemporanea al proprio percorso, senza brusche rotture, per darsi il tempo di testare la tenuta della nuova passione.
L'aiuto della psicoterapia per la motivazione professionale
Quello che facciamo in seduta è normalizzare la crisi, non per banalizzarla o tacitarla, ma per poterla usare come strumento conoscitivo e di crescita personale.
Che significa "normalizzare"? Vuol dire far vedere che il processo di disamoramento è una tappa dell’amore, non la sua fine.
In ogni amore che sia tale è importante resistere e non arrendersi quando l’idealizzazione e l’entusiasmo cedono il passo alla scoperta dell’altro reale e alla fatica della relazione. La stagnazione e il rifiuto non sono segni inequivocabili di rottura di un idillio, ma elementi presenti in ogni rapporto che resiste alla prova del tempo,
Lo stesso discorso vale per il lavoro dei sogni. Dopo averlo realizzato e concretizzato, se ne incontrano gli aspetti meno ideali, che magari all’inizio si sopportavano in virtù della novità e della proiezione delle proprie aspettative. Questi aspetti non sono eliminabili, devono essere accettati e integrati per poter andare avanti.
Per riprendere l’esempio del medico, è matematico che dopo i primi cinque o sei anni incontri la prima crisi. Che non sarà nemmeno la prima né l’ultima.
Ogni battuta d’arresto segna una crescita e un rilancio. Resistere non è stringere i denti cinicamente per andare avanti, ma innamorarsi del lavoro, esattamente come succede con le persone quando l’incontro è di quelli di sostanza.
Purtroppo viviamo in una società consumista, che implicitamente suggerisce di mollare qualsiasi cosa e chiunque ai primi segni di stanchezza. L’euforia del desiderio viene inseguita maniacalmente, producendo insoddisfazione perenne e movimenti disordinati da una situazione all’altra.
Crisi professionale e burnout nelle libere professioni: esempi pratici per ripartire
Quindi se siamo appassionati di qualcosa ma ad un certo punto vediamo che non ci piace più fermiamoci. Prendiamoci del tempo, coltiviamo qualche altra passione, qualche progetto collaterale, qualcosa che ci aiuti ad esprimere altre parti di noi o ci dia semplicemente il senso di poter respirare una ventata di novità.
Ma non precipitiamoci a dire che è finita, che da ora in poi tutto sarà routine, senza sorprese e senza slanci. La bellezza sta nell’occhio che vede, non nell’oggetto. Sta a noi rivalutare aspetti del nostro lavoro che possono ancora stimolarci. Partendo proprio da quelli più ostici.
Come può questa cosa che mi logora e che non sopporto più essere invece fonte di affinamento e di crescita? Come poterla maneggiare in modo diverso e soprattutto con il mio stile personale?
I medici o gli psicoterapeuti nel tempo sono appesantiti dalla sofferenza e dalla domanda di aiuto dei loro pazienti. Ma il contatto sfibrante con il dolore e l’ingiustizia della malattia produce in realtà delle consapevolezze e dei micro cambiamenti interiori interessanti che, se riconosciuti e accettati, offrono marce in più.
Gli architetti, dopo l’ebbrezza delle prime creazioni, finiscono per non sopportare più i clienti che non capiscono niente di proporzioni e armonia. Il loro lavoro diventa routinario, sentono di non poter esprimere totalmente la loro creatività. Oppure sono sfruttati e sottopagati da aziende che mortificano le loro capacità per produrre profitto in grandi quantità. Tuttavia questi vincoli possono costituire l’occasione per rafforzare il proprio stile, per capirlo, per trovare committenti responsivi alla propria specifica arte.
Gli avvocati, spinti non solo dal denaro ma dalla passione per la giustizia, vanno in burn out perché soffocati dalla mole di lavoro, dagli ambienti lavorativi autoritari e dalla follia dello stesso sistema di giustizia italiano. Eppure, frequentando gli studi e i tribunali, in realtà imparano molte cose dell’animo umano, che torneranno loro utili negli anni.
Si potrebbe citare così ogni categoria professionale, aggiungendo musicisti, imprenditori, consulenti, ecc…A un certo punto, inevitabilmente, si incontra una caduta. La sfida sta nell’utilizzarla come trampolino per un rilancio.
Quando il lavoro non è mai stato una passione
Passiamo al caso in cui invece l’amore e il sacro fuoco non ci sono mai stati, e trovare la propria strada sia stato impedito da qualcosa. Le professioni che abbiamo citato attirano soprattuto soggetti dotati di una qualche passione, benché purtroppo siano frequentate anche da persone che non sanno nemmeno come ci sono finite. Quanti medici o avvoati cercano solo il successo economico?
La categoria degli impiegati è quella più colpita dalla tristezza da rinuncia. Accontentarsi di un lavoro che non muove emozioni ma si può svolgere senza implicarsi troppo umanamente, sottende spesso situazioni familiari di partenza che non hanno sostenuto la passione come "primum movens" di ogni cosa.
La paura, i ragionamenti di buon senso, le problematiche di salute, la scarsità di mezzi economici per sostenere percorsi lunghi di studio e incertezze lavorative spingono molti giovani a cercare un posto dove approdare stabilmente. Spesso sulla scia delle scelte dei genitori, anch’essi impiegati statali o aziendali.
In alcuni casi si può raddrizzare il tiro e cambiare, sviluppando nuove competenze e progetti. In altri ciò non è possibile, per via dell’intreccio di fattori inamovibili che possono solo essere accettati.
Il lavoro dipendente e le difficoltà nelle dinamiche d'ufficio
Il problema di cui mi parlano le persone che lavorano come dipendenti (o come liberi professionisti di fatto fissi sotto un padrone) gira sostanzialmente attorno a due punti. L'impossibilità di spaziare e muoversi liberamente nel lavoro, perchè impostato da altri e limitato da ruoli e job descriptions, e la costrizione per lunghe ore in un ambiente delimitato, in presenza di altre persone.
Il primo punto mortifica la creatività e la voglia di crescere. Premia chi è unicamente ambizioso e punta alla scalata verticale, ma penalizza coloro che nel lavoro vedono una via d'espressione delle proprie abilità nonchè un mezzo per affinarsi sul piano esistenziale.
La crescita infatti non si limita ai soldi e al prestigio, all'esercio del potere, ma va ben al di là di tutti questi aspetti puramente materiali. La conoscenza di se stessi e del mondo è l'arricchimento più grande, che però può venir mortificata dalla costrizione imposta dal ruolo, dal superiore che accentra e ruba le idee, piuttosto che dal collega dalla competitività scorretta.
Essere limitati nella possibilità di decidere e di assumersi la responsabilità di atti e idee, risulta alienante. Anche l'aspetto routinario minaccia ogni slancio. Nel lavoro dipendente esiste una quota di procedure sempre uguali da rispettare, che soffocano il tempo da dedicare allo studio e alla sperimentazione del nuovo.
In secondo luogo ci sono le dinamiche di ufficio. Le invidie, i colpi bassi, i giochetti prevedibili, le maldicenze e le cordate sono gli aspetti più grossolani del problema.
Poi esiste il quotidiano, il clima emotivo che satura gli ambienti, il contatto con gli umori, le frustrazioni e le problematiche dei vicini. A cui è impossibile sottrarsi, pena l'isolamento sociale e ripercussioni negative sul piano professionale.
Adattarsi è possibile, ma comporta sforzi emotivi ingenti, soprattutto se non si è fortunati e non si incontrano persone affini, con cui è possibile imbastire uno scambio umano autentico.
Riscoprire il valore terapeutico dell'impegno lavorativo
Come uscire da queste impasse? In psicoterapia è possibile riflettere sulla propria situazione di disagio, ricostruirne le cause e vedere se esistono le condizioni per mutare le proprie prospettive o cambiare ambiente lavorativo. L’importante è guardare se stessi e la propria storia senza rimpianti eccessivi, valorizzando comunque gli sforzi fatti per restare a galla e trovare il proprio posto nel mondo.
Persino la professione più angusta offre comunque delle possibilità, siano esse di conoscenza delle dinamiche relazionali o di organizzazione e pianificazione.
La soddisfazione di portare a termine un compito è offerta da ogni attività umana, anche la più seriale. Resistere all'alienazione non è facile, ma non impossibile. Si riesce se si guarda a un fine più grande, quello di mantenersi, di aiutare un membro della famiglia, di partecipare alla vita della società, di valorizzare la propria dignità. Restare concentrati sul compito e astrarsi dalle dinamiche tossiche aiuta moltissimo.
Inoltre poter individuare che il lavoro in quanto tale ha un valore a prescindere dal suo essere più o meno in linea con i desideri profondi, apre numerose porte verso la serenità.
Purtroppo oggi si tende a sminuire l’importanza del lavoro in quanto tale, in nome del prestigio, del culto dell'auto realizzazione o al rovescio della mitizzazione della vita facile e senza stress.
Eppure la disciplina, il sacrificio del proprio tempo, la distribuzione delle energie, l’orizzonte relazionale e di utilità sociale costitutivi di ogni impegno lavorativo sono dei potenti antidepressivi, che ancorano e danno dignità all’uomo.
Inerzia e impotenza sono infatti i veri nemici da combattere. E non derivano mai solo dal lavoro in sé, ma dalla predisposizione della mente alla lamentela e al vagheggiamento di una felicità senza sbavature.
Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.