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Trovare la propria strada oggi: oltre i cliché motivazionali

Immagine frontale di strada, metafora del percorso esistenziale

Il mito della passione come obbligo sociale 

Trova la tua strada”, analogamente a “trova te stesso”, è diventata una frase inflazionata. Di suo sarebbe piena di significato, ma oggi ha perso gran parte della sua profondità. La incontriamo ovunque, sui social media, nelle librerie, nei discorsi di guru o di personaggi dalla dubbia titolazione, che si propongono come guide motivazionali per soggetti in crisi. Così, ha finito per ridursi a una formula stereotipata e anche vagamente coercitiva.

Nel contesto sociale attuale sembra diventato un obbligo nonché un atteggiamento di posa avere una passione, una missione, uno scopo superiore. Vediamo pullulare creativi e “ispiratori” ogni dove e qualche dubbio ci viene. Da quale posizione parlano? Quanto è spessa la vernice che si sono attaccati addosso e attraverso cui sproloquiano su come diventare la “versione migliore di se stessi”?

É importante quindi distinguere la passione vera da quella finta, ostentata per credersi e apparire soggetti “realizzati”. L’atmosfera “fake” ultimamente si sta espandendo, per cui stabilire delle differenze chiare ci aiuta a orientarci nella giungla.

Passione autentica vs ostentazione: le caratteristiche di chi si realizza davvero

Chi trova davvero la propria strada innanzitutto non è interessato alla visibilità e al successo. Il suo obiettivo non è apparire agli occhi degli altri e nemmeno essere approvato. La sua eventuale bravura nel proprio campo non gli deriva da un pieno di nozioni o di capacità geniali, ma da un vuoto, da una ferita o da eventi che hanno sottratto qualcosa.

La persona che si realizza autenticamente in ciò che fa non è “felice e contenta”, ma dimentica di se stessa. Diventa tutt’uno con l’oggetto della sua passione, non preoccupandosi dell’estetica e della faccia da presentare alle ormai onnipresenti videocamere.

In genere è originale, non cerca di sembrarlo. L’originalità le deriva dalla rinuncia alle maschere. Non è una forma snobistica. Esistono senza dubbio soggetti che nel loro rifiuto d’apparire svelano una forma di esibizione d’élite, che le riporta all’interno del discorso conformistico di partenza, ma questo non è il caso.

Conoscenza di sé e atto creativo: il meccanismo della realizzazione

Tale rinuncia all’apparire non è nè un artificio nè una sconfitta, ma una manifestazione di forza. Il forte è colui che conosce se stesso. Tale conoscenza passa attraverso l’esplorazione spietata del proprio essere, fragilità incluse.

Questo attraversamento è il segreto di chi trova la propria strada nel senso più pieno del termine. Se so chi sono, so cosa fare. Se sono in contatto con me stesso, posso esprimermi liberamente. E se posso farlo, ne godo.

Il piacere permea l’atto creativo. Non è un’emozione carina e temperata, ma si accompagna a dolore, a fatica, a insoddisfazione. Non è facile trovare la propria strada, non è un “vissero felici e contenti”. Ma il processo, al netto del tormento, dà una gioia particolare, quella che deriva dall’accordo esistente fra l’essere e i suoi atti.

Un altro elemento che ritroviamo nell’autentico è il rapporto con l’altro da sé. Colui che posa con atteggiamenti da artista non esce mai da se stesso, si guarda sempre allo specchio. Gode nel guardarsi, non nel fare. Si soddisfa nel guadagnare follower, soldi e prestigio. In genere ciò che fa gli pesa, non per la stanchezza del duro lavoro, ma per disinteresse di fondo.

Abbandonare l'intellettualismo per seguire la propria necessità interiore

Al contrario il creativo mentre fa, mentre si scorda di chi è, si ritrova dentro a un flusso. Si dimentica di sé perché è immerso in qualcosa d’altro. Se stesso non lo cerca nello sguardo dell’altro, né nelle sue opere. É in grado di sentirsi a prescindere.

Trovare la propria strada allora non si sostanzia nel dedicarsi a qualcosa di prestigioso, da far vedere agli altri, da esibire. Ma si misura sulla base dell’accordo con il proprio intimo, con le sue ricchezze e contraddizioni.

Non si tratta di una mistica “chiamata”, ma di una necessità interiore, che non ha in alcun modo bisogno di venir sollecitata o stimolata tramite discorsi motivazionali, infarciti di retorica e ovvietà, validi per tutti e dunque per nessuno.

Senza questo stato di urgenza interna, non c’è manualetto delle istruzioni che tenga. Senza un aggancio con chi si è veramente al di là del proprio Ego, ci può essere solo uno scimmiottare seriale, privo di anima e di passione vibrante.

Purtroppo quello che vediamo oggi nei vari settori culturali è tanto intellettualismo sterile. Anche coloro che posseggono cultura ed abilità sono costretti nel cerchio grigio delle loro teorie ristrette, si rifanno a modelli, a cosa ha insegnato Tizio o Caio, perdendo la capacità di osservare e valutare i fenomeni con la propria testa. In una parola perdendo, o non acquisendo mai, una reale creatività.

Come fare spazio alla propria voce interiore e trovare la propria dimensione

Quindi se si vuole trovare una via che dia un appagamento pieno, bisogna iniziare a sintonizzarsi con la parte più profonda di sé, non con i libri, gli stili, le accademie, le mode, i titoli, i lavori prestigiosi e le opinioni degli altri. É fondamentale ripercorrere la propria storia, riscoprirne dei significati che prima sfuggivano, magari anche attraverso un percorso psicoterapeutico serio.

A volte l’ignoranza, intesa provocatoriamente como sospensione del sapere, salva dallo schiacciamento soggettivo. A volte è necessario rifiutare tutto ciò che ci viene propinato in quantità industriali, per fare silenzio e dare ascolto alla propria voce. Che inizialmente si fa sentire timidamente ma poi, se le diamo retta, inizia piano piano ad alzare il volume.

Non è il prestigio del lavoro o dell’hobby da intraprendere a indicare che si è trovata la propria dimensione nel mondo. Ma il modo con cui si abita ciò a cui dedichiamo il nostro tempo. Mi passano le ore senza accorgermi? Mi manca quando non mi ci dedico per un po’? Sento l’urgenza di mettermi a fare quella specifica cosa? Avverto tormento, insoddisfazione ma anche un piacere che ripaga tutti gli sforzi? Sono grato di potermici applicare anche senza diventare famoso?

Sviluppare uno spirito artigiano: autenticità nel lavoro e nella vita quotidiana

Sviluppare uno spirito da artigiani oggi è più che mai importante per opporre una barriera a questo dilagare di formule vuote e condizionanti su come si dovrebbe vivere la vita e le passioni.

Riappropriarsi della propria libertà interiore non significa fuoriuscire da sistema, non lavorare più e badare solo a ciò che piace, sperando magicamente di poter campare.

A volte di quello che piace si riesce a fare un lavoro, altre no. Sono i casi della vita: hanno un peso i tempismi e i ritardi fatali di consapevolezza.

Però, anche qualora si fosse persa l’occasione, si può recuperare sviluppando l’integrazione della propria personalità. Da cui deriva uno stato di quiete che può portare ad essere autentici e creativi anche nelle piccole, banali cose del quotidiano, nelle relazioni, nel proprio lavoro ordinario, nel modo di approcciarsi alla vita.

Di nuovo, non è quello che facciamo ma come lo approcciamo a fare la differenza.

Aiuto psicoterapeutico , Affrontare il senso di vuoto

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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