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Perfezionismo e salute mentale: perché lasciare andare fa bene

Perfezionismo e salute mentale rappresentati da ramo d’albero con foglie imperfette, immagine generata da Sibilla Ulivi

Il perfezionismo può innescare livelli elevati di stress (ansia da prestazione) e di disagio psicologico, soprattutto quando diventa una stampella di cui non si riesce più a fare a meno per vivere.

Essere disciplinati, avere dei piani, fare sempre “bene”, alla lunga può rivelarsi un “male”, ovvero qualcosa di controproducente e di nocivo per se stessi e per la propria salute mentale

Vivere infatti richiede anche elasticità, strappi alla regola e prontezza nel cambiare rotta.

Tuttavia per certe persone la disponibilità a modificare i propri piani e ad accogliere il mutamento dei propositi negli altri non è una questione semplice. Il desiderio di coerenza, stabilità ed affidabilità finisce con l’offuscare ciò che rende davvero felici e soddisfatti, portando magari verso la costruzione di situazioni solide, esteriormente perfette, ma interiormente prive di vita e di calore.

Come si manifesta il perfezionismo?

Cosa ci può essere alla base di questo marcato bisogno di ordine che si allarga a macchia d’olio su qualsiasi attività o esigenza del quotidiano? Quale funzione assolve la tendenza alla perfezione in tutti i campi della vita? Quali sono i sintomi di malessere che si possono scatenare come conseguenza e come provare ad uscire dalla tirannia dell’ottimo?

Le caratteristiche delle persone perfezioniste

I soggetti perfezionisti lo sono in ogni situazione; sono sempre indaffarati, mirano all’eccellenza e sono pronti a sacrificare crudelmente qualsiasi piacere nel nome della qualità del risultato.

La loro fatica non conosce tregua né pause, perché hanno la capacità di scovare sempre un qualcosa che non vada al posto giusto, qualcosa da aggiustare, da portare verso la “buona forma”.

Lo studio e il lavoro sono gli ambiti in cui si esprimono al meglio, mentre il tempo libero e le vacanze di rado sono vissuti realmente come dei momenti di relax, perché invasi dalla necessità di stabilire delle routine “produttive”, per non sprecare tempo e opportunità.

Il tempo infatti è il bene di cui queste persone scarseggiano perennemente, perché esso viene impiegato, riempito e spremuto fino all’ultima goccia. La sensazione di “perdere tempo” è uno dei vissuti più sgradevoli e ostici da sopportare, dato che l’efficientismo si collega molto di frequente al bisogno che le cose vadano sempre per il verso giusto.

A farne le spese sono chiaramente, oltre al benessere psicologico,  le relazioni, soprattutto quelle “gratuite”, portate avanti solo per il gusto e il piacere dello stare in compagnia dell’altro.

Gli altri vengono ricercati per uno scopo per lo più di natura utilitaristica, perché “servono” a qualcosa. Ciò non nell’accezione più brutta del termine, non nell’ottica dello sfruttamento malevolo dell’altro. Il rapporto con l’altro in quest’ottica deve avere un senso, assolvere una funzione, essere inquadrato, non può configurarsi come mero piacere.

Le relazioni così si irrigidiscono e si svuotano, perdendo smalto e possibilità di procurare gioia genuina. La connessione emotiva si riduce a poca cosa, a collaborazione sui compiti da svolgere, a condivisione degli obiettivi da raggiungere e delle eventuali difficoltà. 

I motivi nascosti dietro al bisogno di controllo

Il perfezionista non mira mai al buon esito dei propri sforzi solo per essere visto dagli altri. Questa sfumatura chiaramente esiste, nella misura in cui lo sguardo critico dell’altro si rivela spessissimo come un’estensione del proprio.

Ma il discorso è ancora più profondo: esiste nell’animo un’inquietudine di origine antica, legata quasi sempre alla sensazione sperimentata durante la crescita di “sentirsi in balia” degli altri, spesso familiari dai caratteri complessi, in genere burrascosi ed iper esigenti.

Le “irregolarità” caratteriali dei bambini in questi ambienti venivano considerate come “difetti”, perché il genitore chiedeva sempre “coerenza” e “rigore” in ogni situazione, a discapito della comprensione delle ragioni dell’emotività e del cuore.

Si potrebbe dire che le esigenze emotive profonde di queste persone non siano mai state davvero riconosciute e viste, e addirittura etichettate negativamente come “vezzi” o “debolezze” da parte di adulti scarsamente empatici e incapaci di essere felici, di godere a pieno di “bei momenti” e di esperienze piacevoli e fini a se stesse.

L’eccesso di rigore a volte lo vediamo trasmettersi nelle generazioni, ad esempio dalla nonna, alla madre fino alla figlia femmina, magari in forme diverse che però riproducono lo stesso preciso schema sacrificale.

Il bisogno di controllo assolve allora una funzione molto chiara, esso prende il sopravvento sul bisogno istintivo in ogni essere vivente di “essere felice”. E’ come se si potesse stare bene solo quando “tutto è a posto” o “tutto è sotto controllo”. Ma visto che gli effetti di ogni azione umana, per quanto azzeccati possano essere, sono destinati a non durare, si finisce con non stare mai autenticamente e schiettamente “bene”.

La soddisfazione fa la sua comparsa solo per fugaci momenti, che poi nemmeno vengono apprezzati a pieno per via della immancabile stanchezza post performance.

I sintomi del malessere da perfezionismo

Pessimismo, ansia, insonnia ma soprattutto pensieri ossessivi sono i sintomi più frequenti che colpiscono chi ricerca l’ottimo in tutti gli ambiti della vita.

Le passioni, gli hobby, il lavoro, la cura della casa, le vacanze, le relazioni e oggigiorno persino la cura della persona e della salute diventano facilmente dei veri e propri incubi, delle ossessioni di cui non ci si riesce a liberare.

La persona, come abbiamo visto, va alla ricerca di se stessa e del suo stare bene nel “fare bene”; ma questo “fare bene”, anche quando è di alto livello, non basta mai, c’è sempre qualcosa da migliorare, qualcosa su cui lavorare su.
Chiaramente una mentalità del genere ha degli aspetti virtuosi. Queste persone sanno fare tantissime cose, tutte bene, e la loro vita è ricca di successi.

Ma il prezzo è l’ossessione, la scontentezza perenne, il dialogo interno continuo sottilmente svalutante. “Devi” o “potresti” o “potresti fare di più, comportarti meglio, essere più forte” sono alcune delle forme che può assumere tale vocina interiore.

Il senso di colpa naturalmente è un’espressione di natura emotiva sintomatica pressoché costante; ci si addossa colpe anche non proprie, perché l’abbaglio della perfezione annebbia la vista e la visione equilibrata delle cose.

Come gestire il perfezionismo: la cura della tendenza al sacrificio 

L’obiettivo nella cura di soggetti con queste caratteristiche è scovare il punto dolente, con garbo e disposizione all’attesa. Si tratta sempre di persone profondamente ferite e interiormente molto sole, perché lasciate nella convinzione dell’inutilità o inappropriatezza delle esigenze del loro cuore.

Rivisitare il passato ha il duplice risultato da un lato di riallacciare a se stessi, alla propria storia, dall’altro di vedersi da fuori, sviluppando finalmente della vera compassione verso se stessi, verso le proprie debolezze e necessità emotive mortificate in tempi remoti.

Accogliersi e perdonarsi di colpe mai commesse è fondamentale e può avvenire nell’ambito della relazione transferale con il terapeuta, nella quale si andranno ad esperire sia proiezioni del rapporto con i genitori sia un modo nuovo di rapportarsi al tempo e alla leggerezza.

In psicoterapia ci si può accorgere che anche il tempo perso può essere di qualità, che anche “parlare solo per parlare” può fare molto bene, che ci si può lasciare andare rispetto ai doveri senza per questo sentirsi falliti o incapaci.

La propria “limitatezza umana” può essere così accolta e accettata, senza che ciò si traduca in scuse per non fare nulla o in abbandoni a uno stile di vita lascivo e de responsabilizzato.

Si può infatti essere seri, affidabili e responsabili senza cadere nel grigiore, senza perdere in umanità, in benessere e in gioia infantile di assaporare la vita.

 

Idee fisse, Aiuto psicoterapeutico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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