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Narcisista positivo e narcisista negativo

La personalità narcisistica non va letta e interpretata come un’entità monolitica; essa si colloca piuttosto su un continuum, che va dal “positivo” al “negativo”. 

Entrambe le declinazioni del disturbo narcisistico di personalità hanno alla base la sostituzione psichica della figura materna (vissuta come troppo intrusiva) con il proprio sè ideale.

Ciò significa che il narcisista è qualcuno che ha annientato la possibilità di una relazione “generativa” con l’altro. Egli non può confrontarsi e crescere in un rapporto con l’altro nella misura in cui nessuno ha per lui una “vera” importanza. Al posto dell’altro c’è solo il proprio sé grandioso o gli altri (ridotti a specchi) che possono rifletterlo.

Dunque un’azione distruttiva é alla base della vita psichica del narcisista. Nella distruzione dell’oggetto materno e nel senso di potere di questo atto distruttivo il narcisista trova una compensazione a ciò a cui non ha potuto accedere (ovvero all’amore incondizionato, al senso di amore verso l’altro, alla sensazione di essere reale fra altri esseri reali ecc…)

Il narcisista positivo

La conseguenza meno “pericolosa” di questa dinamica onnipotente è la creazione da parte del narcisista di un’immagine ideale di sé “buona”. Le relazioni con gli altri sono così  possibili,  anche se sostanzialmente si tratta di relazioni superficiali, conoscenze amichevoli che non diventano mai relazioni davvero intime (molti narcisisti amano gli eventi, le feste e le intimità occasionali proprio per questo motivo).

In questo modo il narcisista “positivo” si può camuffare e gli amici possono non intuire che il suo modo di fare benevolo nasconde finalità ego riferite, ovvero  la necessità di mantenere intatta l’immagine ideale di sé.

La sua empatia infatti è finta, stereotipata: essa ha il solo scopo di evitare un coinvolgimento più profondo con l’altro. 

Cruciale per il narcisista di questo tipo è l’evitamento di ogni divergenza. Le frequentazioni ammesse sono quelle che non possono suscitare nessun confronto o polemica, pena il vacillamento dell’immagine ideale.

Se per caso qualcuno osa sfidarlo muovendo obiezioni alla sua positività o al suo carattere egli ne è disturbato; per fronteggiare la situazione rafforza ulteriormente il suo “falso sé”, in modo da gestire i problemi con apparente “grazia”. Può anche liquidare i tentativi di comunicazione autentica da parte dell’altro  (accade anche in seduta) mostrandosi immediatamente d’accordo, così da chiudere e lasciare cadere discorsi complessi.

L’unico modo in cui il narcisista positivo entra in rapporto é allora quello speculare idealizzante. Se i suoi tentativi di evitare i conflitti non ottengono i risultati sperati e l’altro insiste nel volerlo portare su un piano di autenticità egli può avere improvvisi scoppi di rabbia, raffreddarsi, sparire (ritiro narcisistico) o crollare in stati depressivi

“Scaricare” l’altro come un peso divenuto insopportabile e sostituirlo con altri che nutrano l’immagine ideale è una via d’uscita molto praticata.

Uomini o donne con questa struttura di personalità sono particolarmente deludenti e frustranti sia in amicizia che in amore.

Non sembrano impossibili da raggiungere, e finché il rapporto resta sul piano della semplice conoscenza tutto procede bene.

I problemi nascono se un amico o un partner vuole entrare su un piano di intimità vera e ricca. Non a caso le coppie che reggono meglio sono quelle in cui entrambi i partner hanno una struttura narcisistica di personalità: nonostante le reciproche chiusure al fondo nessuno dei due soffre davvero, perché nessuno aspira alla profondità nel legame.

Il narcisista negativo 

Accanto a questa tipologia, tutto sommato “bonaria” pur nella sua irraggiungibilità, ne esiste un’altra (al polo opposto dello spettro narcisistico) che presenta invece un quadro di gravità e pericolosità sociale.

Il narcisista negativo è ai limiti della psicopatia e per certi versi vi rientra.

Il sé ideale in questi casi non basta a riempire il vuoto narcisistico lasciato dalla morte dell’oggetto buono (la madre).

Avviene allora una seconda uccisione, quella del sé ideale, che lascia spazio all’emergenza di una sorta di “leader mafioso”. Un “sé grandioso” che funziona in modo psicotico.

Per il narcisista negativo non si tratta più solo di tenere lontano l’altro ma di esercitare un potere distruttivo nei suoi confronti atto a svilirlo, umiliarlo e metterlo in una condizione di impotenza 

La famosa manipolazione o “malafede” è il modo con cui il narcisista negativo inganna e strumentalizza gli altri.

Al narcisista di questo tipo, oppresso da un senso di morte e vuoto interiore, resta la pericolosa consolazione del potere, classica conseguenza dell’esercizio della distruttività.

Si spiegano così le torture più o meno sottili, i ricatti psicologici, il godimento di infliggere il male all’altro.

La violenza può restare sul piano verbale e psicologico o precipitare nel reale con passaggi all’atto violenti.

L’esercizio del male riempie il vuoto lasciato dal duplice omicidio, quello dell’oggetto d’amore e della visione idealizzata di sé.

Non sono rari i casi di narcisisti positivi che a un certo punto della vita si trasformano in narcisisti negativi.

In genere la degenerazione avviene con l’improvvisa consapevolezza della propria mortalità, causata dalla morte di qualcuno, dall’età che avanza o da smacchi narcisistici importanti.

Possono insorgere depressioni catatoniche, deliri di grandezza e passaggi all’atto violenti contro singoli o interi gruppi di persone (molti uomini di potere e sanguinari capi di stato probabilmente soffrono di questa patologia).

La psicoterapia della personalità  narcisistica

La psicoterapia di queste personalità continua a costituire una sfida per i clinici.

Per quanto riguarda il narcisismo positivo esistono delle tecniche di cura, che si basano sulla possibilità di far sperimentare al paziente una relazione “generativa”, quella che gli era mancata in rapporto alla madre e che aveva innescato la chiusura nell’idealizzazione del sé.

Grazie alla dinamica di transfert e controtransfert nel rapporto analitico si può recuperare qualcosa dell’autenticità, con conseguenze molto positive nella vita di relazione della persona.

Diverso è il discorso che riguarda il narcisismo negativo. 

Ad un certo punto del lavoro analitico, dopo che la funzione di specchio dell’analista si è esaurita,  può accadere che il paziente si metta egli stesso megalomanicamente nel ruolo dell’analista.

Tutto ciò che l’analista cerca di dire gli torna indietro deformato, assume significati che si allontanano dalle comunicazioni originarie.

Non solo il lavoro trasformativo dell’analisi non funziona ma esso rischia di trasformarsi esso stesso in un oggetto di odio e di aggressività da parte del paziente.

L’analista può avere anche la sensazione di essere come “portato” dal paziente ad assumere un atteggiamento inquisitorio, quasi fosse forzato a svolgere delle funzioni di super io.

Questa dinamica è causata dal fatto che il narcisista negativo nel momento in cui incontra la madre nel rapporto terapeutico reagisce come nell’infanzia, ovvero distruggendo la madre e consolandosi da sé, prendendo lui il posto dell’altro.

La mente e il discorso dell’analista diventano un oggetto di appropriazione senza peraltro che il paziente possa trarre alcun beneficio da questo fatto. 

Interpretare e “sopravvivere“ diventa purtroppo estremamente difficile, benché non manchino casi di parziale successo quando l’analista riesce docilmente a restare al proprio posto, non cadendo nella trappola controtransferale dell’esercizio del potere. 

Narcisismo patologico

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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