Amore e desiderio d'altro

Nell'amore, sia esso quello di una madre, di un partner o di un amico, ciò che è sempre in gioco è l'essere visti e riconosciuti dall'Altro. La soddisfazione dell'amore è cioè di natura eminentemente simbolica, nella misura in cui non passa attraverso la materialità dei corpi e degli oggetti bensì attraverso dei segni, dei segni d'amore.

Un'azione, un gesto, un regalo si trasformano cioè in eventi carichi di significati che vanno al di là del loro valore in sè. Diventano dei simboli, indicano che colui a cui sono rivolti è speciale. Producono un effetto di riconoscimento, umanizzano, fanno sentire che la propria vita è voluta, ha un fondamento, non è senza senso.

L'amore però non è mai garantito, e anche quando c'è, quando ha un fondamento solido, può non essere esclusivo. Dunque la frustrazione d'amore, la lacerazione del paradiso della perfetta reciprocità, è una possibilità sempre presente, quasi inevitabile. Questo perché l'essere umano è attraversato da una mancanza, da una spinta pulsionale che lo porta a desiderare altro, anche quando ama. La stessa madre (la figura che rappresenta l'amore nella sua forma più primordiale) non si soddisfa mai completamente di suo figlio, non è mai del tutto appagata dalla maternità, la donna le sopravvive.

Nel cuore della soddisfazione simbolica d'amore, quando si è amati e si ama, può dunque insorgere in un elemento della coppia o in entrambi un'insoddisfazione. Pur amando, pur volendo bene, pur considerando l'altro insostituibile, qualcosa manca. Si tratta di un desiderio d'altro, d'altra cosa, che si palesa come resto dell'amore, un permanere della sostanzialità, della materialità dell'oggetto, trasformato dall'amore in simbolo e riportato ora allo statuto di cosa. Che delusione rispetto ad un ideale di reciprocità permanente e senza strappi!

Secondo la psicoanalisi l'insoddisfazione che spinge potenzialmente ad un rilancio continuo ed infinito del desiderio verso altro ha una precisa motivazione. Nessun dono, nessun riconoscimento d'amore può del tutto colmare la soddisfazione perduta nell'infanzia in relazione all'oggetto materno. Una nostalgia spinge senza sosta a ritrovare proprio ciò che non si può più ritrovare in quanto da sempre sottratto. Condannando a compiere dei giri che nel tempo rivelano il carattere illusorio di ogni supposto ritrovamento. Non è mai davvero quella soddisfazione mitica, non è mai davvero "lei"...

Questo fenomeno indica una disgiunzione strutturale fra amore e spinta pulsionale, testimonia le loro diverse nature, la loro tendenza a procedere su binari paralleli, la precarietà del loro intreccio. Il che non significa che in alcuni casi non possano allacciarsi a lungo nel tempo, magari per sempre. Quando accade così il desiderio d'altro, d'altra cosa si risveglia ugualmente ma, ci dicono, si rivolge verso lo stesso oggetto, preso per nuovo. Il nuovo nello stesso sembra essere il segreto degli amori che durano nel tempo, che mantengono inalterato l'impasto di affetto e sensualità.

Infondo quest'ultimo principio ispira gran parte del lavoro che si porta avanti in psicoanalisi per condurre il soggetto fuori dai meccanismi distruttivi in cui l'insoddisfazione cronica rischia di condurlo. Per fargli vedere come non sia l'oggetto in sè insoddisfacente, ma i suoi occhi a vederlo come tale, imprigionati nella visione nostalgica dell'oggetto perduto. Anche se, è bene precisare, la mira di una psicanalisi non è mai quella di portare ad accontentarsi di un quieto tran tran, rinunciando alla pienezza. Gli psicoanalisti sono sempre dalla parte del desiderio, della contingenza e dell'incontro. Ma sono anche accorti rispetto agli abbagli e alla sterile tirannia di un vivere solo in nome del capriccio.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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