Oltre la psicoterapia: il dinamismo dell'anima contro la stasi della depressione

L'energia del dinamismo e la percezione del movimento
Lucia è una signora che vive in un paesino abbarbicato sulle colline del centro italia. Dipinge mobili antichi, li riporta a nuova vita decorandoli con motivi marini e paesaggi boschivi. Ogni tanto, soprattutto d'estate, ci fermiamo a parlare. Mi racconta che si annoia di rado: ha sempre qualcosa in testa da fare o che le piacerebbe fare.
Nel fare, mi confessa, si sente viva. Anche quando legge o se ne sta in silenzio davanti alla finestra di casa, ha la sensazione di fare, d’essere attiva, in movimento. Perfino nel momento in cui restaura i mobili, nella sua piccola e spartana bottega, riesce a richiamare la percezione di dinamismo.
La sensazione che ama è legata all'istante in cui qualcosa che c’è sta già diventando altro. In un dato momento una cosa si trova in un luogo in un certo modo. In quello successivo, si è mossa, pur restando la stessa al netto dei suoi cambiamenti. A Lucia piace percepire la trasformazione, il divenire, sentirsi come una surfista che solca le onde del tempo.
A dormire non andrebbe mai. Però a volte capita che la sera si corichi molto presto, pur di svegliarsi all’alba la mattina seguente e avere un sacco di tempo per se stessa, prima di iniziare a lavorare.
L’attività in Lucia la possiamo allora connettere all’energia, alla voglia di vivere, alla fiducia nel domani. Anche se la donna è cosciente che la sua esistenza ha la forma di una giostra ripetitiva, quindi non ha un punto di arrivo definitivo, questo viaggio a cerchi concentrici le piace lo stesso. Vorrebbe che non finisse mai.
La differenza tra stasi, immobilismo e riposo
La donna trova invece orrenda la stasi che, per lei, non coincide con lo stare semplicemente fermi. Lucia, in quanto artista, può restare immobile per ore e fare capriole con la mente e con le emozioni. Però deve avere in mano qualcosa, un raschietto, una matita, una radio, spotify…
Oppure deve avere davanti un prato, il mare, un quadro, una persona con cui chiacchierare o stare in silenzio nella condivisione del momento. Insomma ci deve essere qualcosa che sia da stimolo alla contemplazione. Un contesto che raggiunge lei, muovendosi dal punto a al punto b, o che la raggiunge, andandola a cercare.
Un’altra condizione in cui Lucia accetta la stasi è legata all’essere stanchissima. Tipicamente le accade dopo le sue intense giornate in bottega. Allora il dolce far niente, l’ozio è anche lui un po’ mosso, perché riverbera ancora del moto che lo ha preceduto. Quando è stanca, si gode il meritato riposo, cullata dal letto o dalla poltrona. Le oscillazioni le immagina lei!
Poi c'è la stasi dello "stare". Stare nel dolore, stare nella perdita, stare nella gioia. Nelle emozioni di segno negativo o positivo. Lì la donna mi confessa che fa più fatica, per via del suo contrasto interno fra la natura meditativa e quella impulsiva.
Grazie al passare degli anni, ha però imparato a stare senza agitarsi troppo anche nel negativo. La sua non si configura come una resa passiva. Nelle difficoltà ha capito che le è utile assecondare la corrente, però con la massima attenzione alle occasioni offerte per uscirne.
In questo, essere una restauratrice di mobili antichi è un grande insegnante. Se le offese scavate dal tempo sul legno sono troppe e troppo profonde, mai tentare di eliminarle tutte. Si tratta di imparare a usare le irregolarità della superficie del mobile per ottenere un effetto artistico, unico e particolare nel suo genere.
Il potere terapeutico della cura e del quotidiano
Chi conosce bene Lucia la prende in giro perché ama fare le pulizie e riordinare. Sono attività non intellettuali ma che la fanno stare bene. Muove il corpo, si piega, fa forza con le braccia. La mente si svuota, mentre con atti ripetitivi trasforma l’ambiente attorno a lei, lo rende più accogliente e confortevole.
Pulire è una forma di cura. A Lucia la cura, proprio perchè è una restauratrice, le piace in tutte le sue salse, la trova una delle più nobili manifestazioni di trasformazione, insieme alla creatività. Qualcosa non era messa bene e dopo splende, qualcosa non c’era e dal nulla appare.
La donna adora anche le piccole cose insulse del quotidiano. Il bucato da stendere al sole della collina che profuma ancora di detersivo, il caffè la mattina, una coca cola fredda d’estate, una giornata che fila liscia fino a sera.
Infondo in tutte le percezioni che mischiano vari registri sensoriali si annida del movimento. Sono fotografie, istantanee di momenti della giornata, inutili, banali, ma cariche di piacere proprio perché si inseriscono in un quadro in divenire.
La trappola della depressione come assenza di vita interiore
Che cos’è allora la stasi? Parlando con Lucia, lei dice di immaginarla come disfattismo, nichilismo, ovvero come l’esatto contrario del dinamismo vitale.
Ascoltando questa donna così vitale, mi è venuta in mente per contrasto la depressione. Essa infondo spesso si sovrappone con quella sensazione guasta per cui tutto sembra fisso, inutile, già visto, già vissuto. Come un pasto troppo abbondante, lascia appesantiti e storditi, induce una specie di transitoria impotenza, di contemplazione annoiata di piaceri che non dicono più nulla.
Il sentimento depressivo è diverso dalla bella malinconia, quella che arricchisce di chiaro - scuri le percezioni vibranti e dona profondità al vissuto.
La depressione si configura come una trappola insidiosissima, che altera la percezione dei colori e di noi stessi. Si instaura come condizione clinica quando viene scambiata per la Verità ultima.
Essa non è introspettiva, la chiamerei piuttosto un’introflessione dell’essere. Cioè l’individuo si richiude su se stesso, perdendo il contatto con l’esterno, con le cose che gli danzano attorno e che, mute, lo richiamano a imitarne la danza.
Nell’introspezione noi transitoriamente siamo dentro la nostra mente, però viaggiamo, osserviamo, siamo immersi nel notro mondo interiore. Nella depressione invece non esiste alcuna interiorità ma vuoto, nero. Su cui si innesta una volontà di godimento autodistruttivo: consumo esagerato di tutto, di cibo, di droghe, di alcol. Perché avere a cuore se stessi, la propria salute e la serenità degli altri se tanto si deve morire?
Oltre la materia: il movimento dell'anima nomade
E se invece la morte non esistesse? Se fosse solo il nostro corpo a perire? Allora si spiegherebbe il piacere di accordarsi al movimento di tutte le cose. La vitalità, di cui Lucia ci ha fornito un esempio, avrebbe un senso, sarebbe legata alla nostra anima nomade e svolazzante, temporaneamente ospitata dalla materia ma viaggiatrice senza fissa dimora.
In psicoterapia di rado tocchiamo questioni metafisiche, eppure, con persone inclini alla depressione, mi sono accorta che entrarci è fondamentale.
La psicologia, la psicoanalisi ecc...sono solo modelli della mente, in quanto tali limitati. Più lavoro, più me ne rendo conto. La vita che si ammala riflette una ferita profonda nell'anima, che sanguina e lentamente perisce.
Rianimare l'anima significa riuscire a farle vedere nuovamente le sue ali, riuscire a riaccordarla alla danza che muove tutte le cose. Al piacere fine a se stesso di esistere, grande mistero che nessun materialismo può spiegare.
Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.