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Il setting terapeutico in psicoterapia

Divano in stanza di analisi, immagine generata da Sibilla Ulivi

Cos’è il setting terapeutico?

Il setting terapeutico è un dispositivo clinico complesso. Esso non si limita a identificare la semplice struttura organizzativa delle sedute (orari, luogo, durata) ma assume una valenza più profonda.

Esistono due aspetti che caratterizzano il setting, uno più concreto, costituito dall’insieme delle condizioni ambientali, temporali e relazionali in cui si svolge la psicoterapia, e uno più simbolico, che rimanda al contenimento psichico delle difficoltà emotive del paziente.

Si deve a Donald Winnicott l’utilizzo di questo termine (dall’inglese to set, fissare). Egli riteneva che un setting ben strutturato favorisse quei sentimenti di fiducia e di sicurezza emotiva cruciali ai fini della continuità e dell’efficacia del lavoro psicoterapeutico.

Il setting terapeutico si riferisce allora a tutto ciò che circoscrive e definisce lo spazio della psicoterapia.
Non si tratta semplicemente di spazio fisico, ovvero della stanza in cui avvengono i colloqui. Il setting terapeutico include anche l’orario e la frequenza delle sedute, la durata degli incontri, gli accordi economici e il contesto relazionale che si stabilisce fra il terapeuta e il paziente.

Di fatto il setting terapeutico lo potremmo definire come un contenitore, un contenitore composto di elementi concreti e di aspetti simbolici che concorrono sinergicamente a sostenere tutto il processo terapeutico.

Gli elementi concreti del setting terapeutico

La concretezza dell’ambiente fisico in cui si svolgono le sedute ha la sua importanza ai fini del sostegno del lavoro psichico: una stanza confortevole e silenziosa predispone la riflessione, il rilassamento e la concentrazione profonda (anche nel caso della psicoterapia online è importante potersi ricavare una nicchia che garantisca privacy e possibilità di entrare in rapporto intimo con se stessi).

Il tempo e la frequenza delle sedute costituiscono ulteriori elementi che concorrono nel mantenere un setting stabile (un orario fisso e una durata ragionevolmente prevedibile delle sedute).

La definizione chiara e l’accettazione delle condizioni economiche (il costo delle sedute e le modalità di pagamento) aiutano a prevenire incomprensioni e tensioni, perché sollevano il rapporto terapeutico da ambiguità e illusioni potenzialmente tossiche.

Infine regole condivise come la puntualità e le modalità di annullamento delle sedute contribuiscono nel mantenere un buon clima nella coppia terapeuta-paziente.

Il setting come contenitore simbolico

Appare chiaro allora come la regolarità degli incontri, la coerenza delle regole e la chiarezza dei ruoli possano aiutare il paziente a trovare nella terapia un punto di riferimento equilibrato e costante.

Questo tipo di prevedibilità purtroppo spesso è stata del tutto assente nell’esperienza relazionale precoce di molti soggetti bisognosi di un supporto professionale.

Nelle situazioni più difficili essa ha un fortissimo valore contenitivo: protegge da stimoli esterni, contiene l’intensità emotiva interna (che la psicoterapia inevitabilmente attiva) ma soprattutto fa sperimentare qualcosa di diverso rispetto alle dinamiche disfunzionali assorbite passivamente nella famiglia di origine e rimesse inconsciamente in atto nella vita.

Tutto questo nel tempo aiuta a sviluppare una crescente capacità critica, incrementando i livelli di auto consapevolezza e di dominio di sè (agevolando lo sviluppo di schemi mentali e di modalità relazionali più positive e “sane”).

Quando il setting viene rispettato, esso diventa il luogo privilegiato dove il paziente può affidarsi, regredire in sicurezza, proiettare e persino “disorganizzarsi” per poi “ricostruirsi” su basi più solide.

Il terapeuta nel garantire questa continuità (al netto delle manovre tecniche che mette in atto) offre una presenza affidabile, sostenendo il lavoro psichico della persona.

Il setting come spazio relazionale

La funzione del setting non si limita al contenimento. Esso rappresenta anche un vero e proprio “campo relazionale” all’interno del quale si sviluppano dinamiche di transfert e di controtransfert.

Il modo in cui il paziente si rapporta al setting può offrire informazioni preziose sul suo funzionamento psichico: arrivare in anticipo, dimenticare le sedute, mettere in discussione le regole sono comportamenti che spesso riflettono aspetti importanti della storia relazionale del soggetto.

Per questo motivo il terapeuta è chiamato a riflettere costantemente su ciò che accade nel setting, ad esempio quando il paziente ne mette alla prova i limiti con richieste fuori contesto o con silenzi prolungati.

Un bravo psicoterapeuta si assume il compito di mantenere la cornice del lavoro senza irrigidirla, trovando un equilibrio tra fermezza e ascolto.

Perché il setting è così importante in psicoterapia?

Il setting terapeutico ha dunque un’influenza potente sul grado di sicurezza e di cambiamento che il paziente può sperimentare all’interno della cura.

Un setting stabile e coerente, come abbiamo visto, favorisce l’alleanza terapeutica e di conseguenza l’esplorazione di vissuti dolorosi, tutti processi necessari ai fini di un cambiamento sostanziale.

Un altro punto su cui agisce il setting è la regolazione emotiva: la prevedibilità degli incontri all’interno dell’ ambiente protetto della cura riduce l’ansia e facilita i processi di elaborazione psichica.

Anche nei momenti di crisi o di resistenza un setting psicologico ben strutturato può permettere il proseguimento del lavoro, aiutando paziente e terapeuta a gestire dinamiche relazionali complesse.

Aiuto psicoterapeutico , Guarire dai sintomi

Questo articolo rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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