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L'illusione dell'autosufficienza: come la psicoterapia può curare il narcisismo sociale

Uomo nella sua bolla narcisistica insieme al suo cellulare, simbolo dell'illusione di autosufficienza contemporanea

L'illusione dell'autosufficienza e il ruolo della politica

Qualche giorno fa, sfogliando il Corriere della Sera, mi sono imbattuta nell’articolo di Beppe Severgnini di martedì 1 Settembre 2026, intitolato L’illusione dell’autosufficienza.

Il giornalista si interroga sul significato di comportamenti sempre più diffusi nella nostra società, quali l’evasione fiscale, il rifiuto della donazione degli organi, gli atteggiamenti sprezzanti e opportunistici nei confronti della sanità pubblica e via dicendo.

Tali segnali allarmanti di egoismo, narcisismo e di ripiegamento su di sè li interpreta come manifestazioni di una più ampia “illusione di autosufficienza” che, negli ultimi anni, è stata incentivata dalla politica e dal mondo digitale.

Per quanto riguarda la politica, Severgnini attribuisce esplicitamente una responsabilità al primo movimento 5 Stelle, quello di Grillo e Casaleggio. Pur avendo intercettato il malessere sociale successivo alla gestione politica dei governi precedenti, il movimento populista aveva però fallito nella proposta e attuazione di soluzioni razionali ai problemi socio-economici del Paese. La sua propaganda e azione si erano infatti arrestate nella fomentazione dell’odio verso la cosiddetta “Casta” e nella diffusione di una cultura del “noi contro loro”.

Se il cittadino viene spinto dalla stessa politica a vedersi come un individuo che deve difendersi dagli altri e dalle istituzioni, cosa accade? Questi smette di riconoscersi come parte di una comunità, di un sistema di interconnessioni che necessita anche del suo contributo e del suo rispetto per esistere. In questo soggetto attecchiscono facilmente i germi della rabbia e dello sfruttamento bieco, portandolo verso atteggiamenti distruttivi e pericolosissimi per l’ordine sociale.

Infondo, e questo lo aggiungo io, le correnti populistiche che sfruttano le frustrazioni delle persone per incentivare il disimpegno e la rinuncia a impiegare una quota consistente delle proprie energie a favore dell’altro e della comunità, svelano la loro appartenenza agli autoritarismi biechi e capricciosi che dicono di voler smantellare.

Una volta innescato il caos, aver lasciato gli individui da soli, persi e allo sbando, è più facile e addirittura “legittimo”ripristinare modalità di controllo autoritarie.

Il mondo digitale e le bolle narcisistiche dei social media

Il mondo dei social, rafforzato oggi anche dall’affidarsi acritico all’AI, secondo il giornalista è il secondo luogo in cui superficialità, presunzione e ignoranza proliferano indiscriminatamente. L’autoreferenzialità del singolo è incentivata nella misura in cui gli algoritmi, proponendo agli utenti quei contenuti che vanno a confermarne gli interessi monotematici e le credenze individuali, creano delle vere e proprie bolle narcisistiche.

Inoltre, i chatbot, gli assistenti di ascolto e gli Avatar conversazionali avanzati, suggerendo delle tecniche comportamentali per modificare i pensieri negativi o simulando una conversazione empatica per ridurre lo stress, non aiutano certo a ragionare meglio o a sviluppare un contraddittorio fecondo con l’altro.

Severgnini in questo passaggio sfiora il tema della cura dell’anima, ma poi non va oltre, non trattandosi del suo specifico campo di indagine.

La psicoterapia come antidoto all'illusione di autosufficienza

Leggendo le sue parole, mi sono sorte riflessioni e interrogativi. Mi è parso ancor più chiaro quanto l’esercizio di una psicoterapia ben fatta, non viziata dall’autoritarismo ma nemmeno dalla falsità “costruita” dell’indifferenza emotiva, costituisca un baluardo prezioso all’avanzata della citata illusione di autosufficienza.

La psicoterapia allora in quest’ottica mi è apparsa non solo come uno strumento di cura del singolo, ma a cascata anche come una forma di protezione del legame sociale.

Tale processo di cura non avviene con modalità clamorose ma, quando non si risolve in un’operazione di mero maquillage estetico dell’Io o in un lasciar cadere ogni possibilità di dialogo, produce effetti potenti.

Intanto se si arriva a chiedere aiuto significa che si ha bisogno dell’altro, e che quindi l’illusione di autosufficienza si sta già sgretolando, che lo si voglia ammettere o meno.

La rottura del guscio: relazione terapeutica e responsabilità

Certo, al pari del campo medico, anche in psicoterapia possiamo osservare individui “predatori”, persone che pretendono risultati senza comprensione della malattia e senza rispetto del lavoro del medico. Tuttavia, a differenza di una cura medica, quella dell’anima si fonda sulla relazione con l’altro.

Lo psicoterapeuta, grazie alla sua conoscenza dell’animo umano, ha qualche strumento in più per incentivare la caduta delle difese psichiche (di cui la supposizione di autosufficienza è un esempio) e per favorire la rottura del guscio di autoprotezione.

In terapia, nel qui ed ora dell’incontro, si è posti di fronte all’altro. Quindi necessariamente bisogna instaurare un dialogo, affrontare un contraddittorio, tentare di farsi capire e mettere in conto il fattore tempo per ottenere dei risultati. Se il terapeuta non si irrigidisce di fronte all’atteggiamento lamentoso o ego riferito del suo paziente, la bolla si può rompere.

Allora la tendenza al lamento viene erosa ai fianchi, per lasciare posto, quando almeno ce ne sono i presupposti minimali, a una postura etica più evoluta, che comporta la presa di responsabilità sul proprio malessere.

Decostruire il narcisismo individuale e scoprire l'inconscio

Erroneamente, si può pensare che un percorso terapeutico sia assimilabile ad uno sfogo unilaterale e che fornisca dunque un incentivo alla tendenza autoreferenziale denunciata da Severgnini.

Ma non è così. Il narcisismo individuale in realtà in terapia viene messo sotto torchio, benché con gentilezza. Il paziente nei suoi monologhi non resta assopito a lungo, a un certo punto avverte la presenza dell’uditore e ne è disturbato. Tale disturbo è legato al proprio stesso ascolto, di cui il terapeuta è un eco e un’incarnazione.

“L’altro siamo noi” sostiene la psicoanalisi. E non a torto. Quando il paziente si accorge che il terapeuta lo ascolta, inizia a provare un interesse nuovo o perfino disgusto verso il proprio discorso. In questo accorgersi di sé egli si sta sdoppiando, si sta scollando dalle sue identificazioni accecanti. Sta sviluppando così le basi dell’auto critica.

Quindi l’altro a cui secondo Severgnini non badiamo più è innanzitutto quell’altro che sta dentro di noi, che parla, soffre, giudica, compatisce, ci osserva dal di dentro.

La psicoterapia offre una grande occasione di riprendere o cominciare per la prima volta il dialogo con questo sconosciuto che coabita silentemente nel nostro mondo. Questo altro è del tutto inconscio se non gli rivolgiamo la parola. Il fatto che resti inconscio non significa che non parli, ma l’espressione avviene secondo modalità enigmatiche o deflagranti, che solo la coscienza può svelare.

Infatti, se ci abituiamo a parlare con il nostro interlocutore misterioso, scopriamo che si tratta di una declinazione “sommersa” della nostra stessa coscienza, non coincidente affatto con il nostro Io, con chi crediamo di essere. Essa è una declinazione individuale di una coscienza più vasta, collettiva.

L'importanza sociale degli psicoterapeuti

Si capisce allora come la psicoterapia al fondo costituisca un lavoro di decostruzione dell’illusione di autosufficienza. I così detti “esiti cinici” dell’analisi costituiscono invece la spia di lavori psicoterapeutici falliti.

L’altro esiste eccome. L’evanescenza totale del legame terapeutico, che si sostanzia in un curante che sta sempre zitto perché la sua educazione dogmatica gli impone in ogni situazione critica la scappatoia del silenzio, purtroppo fomenta la sottomissione al “Dio nulla” denunciata da Severgnini.

Fregarsene di tutto e di tutti è il peggiore risultato di analisi condotte in questo modo, all’insegna del vuoto pneumatico. Ed è facile anche che attecchiscano pericolose dipendenze da guru manipolatori e autoritari.

Gli psicoterapeuti, al pari degli insegnanti, degli educatori, dei medici ma anche dei manager di azienda e di tutte le professioni che esercitano un influsso sull’altro, dovrebbero meditare sull’importanza sociale del loro ruolo, soprattutto in questi tempi di caduta di valori e di punti di riferimento solidi.

Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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