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Perché psicologo e paziente non possono essere amici o amanti: le regole della relazione terapeutica

Nuvole bianche e azzurre astratte, simboleggianti etica professionale dello psicologo

 Perché dello psicologo non si diventa mai amici o amanti

Ogni tanto leggiamo sui giornali o veniamo a sapere direttamente di rapporti terapeutici andati in frantumi per lo sviluppo di una relazione amicale o amorosa fra lo psicologo e il paziente. La responsabilità è sempre a carico dello psicologo, che non riesce o non vuole gestire in termini professionali la relazione. 

In questi scenari gli ordini professionali possono intervenire e punire con la sospensione dell’attività il professionista manchevole, soprattutto se viene sporta denuncia.

La tutela della distanza professionale nella coppia analista-paziente ha delle ragioni molto precise. E non basta nascondersi dietro un’analisi ormai terminata: una frequentazione fuori dal setting terapeutico, anche a psicoterapia finita, presenta comunque dei problemi, perché la figura dello psicologo non smette di esercitare un’influenza sull’altro solo perché non si fanno più sedute.

Differenza tra amicizia e rapporto paziente-terapeuta

L’“amicizia” per definizione è un rapporto simmetrico, in cui ciascuno racconta di sè ciò che ritiene opportuno. In amicizia ci si sceglie sulla base della simpatia  o della compatibilità caratteriale, ci si influenza, si esprimono giudizi e ci si frequenta per interessi comuni e per motivi svariati che non hanno a che vedere con la cura.

In ogni caso la reciprocità è alla base della condivisione: ognuno ha il suo spazio e la sua libertà di raccontarsi. I bisogni di entrambi trovano una soddisfazione nel rapporto.

Il rapporto fra lo psicoterapeuta e il suo assistito invece è profondamente asimmetrico, a causa di due fattori.

Vulnerabilità psicologica e il ruolo del transfert in terapia

In primis chi chiede aiuto si trova in una condizione di grande vulnerabilità psicologica. É la sofferenza a spingerlo verso un terapeuta, non la voglia di fare amicizia o di divertirsi. Egli sta cercando una figura stabile ed equilibrata che suppone sia più forte e lucida di lui, almeno rispetto al momento storico di crisi emotiva in cui si trova.

In secondo luogo, all’interno del rapporto terapeutico scatta quasi sempre il famoso fenomeno del transfert. La "traslazione" terapeutica infatti fa sì che i contenuti inconsci che hanno caratterizzato il rapporto fra il soggetto in analisi e i suoi genitori siano appunto “traslati” sulla figura del terapeuta, conferendogli un’autorità e una connotazione emotiva particolarissime.

Quando un terapeuta lavora bene, egli non si approfitta mai del potere attribuitogli dal transfert ma, in virtù della sua preparazione tecnica e grazie a specifiche manovre diluite nel tempo, lo usa per promuovere il cambiamento del suo assistito.

L'assetto psicologico del terapeuta: strumenti e obiettivi della cura

Anche il terapeuta viene emotivamente impattato dall’incontro con il paziente, tuttavia gli strumenti tecnici e umani di cui dispone gli consentono di elaborare tali vissuti e di metterli al servizio della cura.

Quindi dal canto suo il paziente si affida (più o meno fiduciosamente) alle cure, inizialmente anche con una scarsa consapevolezza rispetto alle dinamiche interiori a cui sta andando incontro.

Il terapeuta è invece un soggetto psicologicamente stabile e consapevole della situazione. Egli è attrezzato sul piano personale e tecnico per contenere la sofferenza, le proiezioni transferali e le sue stesse reazioni emotive. Il suo unico obiettivo infatti è indirizzare la cura verso un maggior senso di benessere, verso lo scioglimento dei sintomi e dei nodi interiori che tengono in scacco il suo paziente.

Si capisce quindi come l’assetto psicologico corretto che bisogna aspettarsi da uno psicoterapeuta sia l’orientamento etico verso la cura, nulla di più e nulla di meno.

Lo scarso interesse, il disimpegno, i modi lugubri o da "santone" piuttosto che una modalità eccessivamente amichevole sono controindicati, perché personalizzano troppo il rapporto in senso mortificante o euforizzante, disattivandone le potenzialità trasformative.

I confini della relazione terapeutica e l'importanza dell'ascolto

Affinchè il rapporto terapeuta-paziente  “funzioni” è necessario che si sviluppi senza entrare nel perimetro dell’amicizia o peggio dell’amore, dove entrerebbero inevitabilmente in gioco dinamiche seduttive e di manipolazione.

Entro i confini della relazione terapeutica empatica il rapporto può essere assolutamente disteso, colloquiale e rilassato. Questo perché un buon terapeuta sa come non mettere in soggezione, come gestire l’emotività e facilitare l’apertura e lo scambio verbale.

Mai e poi mai un terapeuta serio si mette in seduta a fare sfoggio della sua personalità o a coinvolgere il suo assistito in chiacchiere superficiali. A parte i commenti sul tempo o qualche battuta agli inizi o alla fine dell’incontro, la conversazione in analisi si concentra su argomenti profondi, e la parola la detiene soprattutto il paziente.

Il terapeuta per lo più ascolta e interviene quando lo ritiene necessario per approfondire o rilanciare un discorso, mai parlando della propria esperienza o invitando a comportarsi come lui.

L’etica professionale vuole che il curante non parli di sè ma sia al cento per cento concentrato sulle esigenze di chi ha di fronte, mettendo al servizio dell’altro la sua attenzione, le sue energie e il suo sapere. Ciò non per risultare simpatico o bravo, non per amore della singola persona che sta aiutando, ma per amore verso la cura in quanto tale, verso la possibilità di far tornare a stare bene gli esseri umani nonostante i loro momenti difficili.

Lavorare come psicoterapeuti presuppone infatti un certo amore per l’umano in quanto tale.

I rischi deontologici: quando il terapeuta cerca l'amicizia del paziente

Detto ciò, risulta ancor più chiaro perché il rapporto tra lo psicologo e il paziente sia unico nel suo genere e come un suo spostamento nel campo della vita personale non solo lo snaturi, ma lo privi pure delle sue potenzialità curative.

Diventare amici dei pazienti significa fare loro violenza, impedire loro di beneficiare dell’unicum della relazione di cura, che consiste proprio in quel suo collocarsi fuori dal tempo e dallo spazio, dallo sguardo e dal giudizio. L'unicità del rapporto con l'analista permette anche di interrompere il lavoro quando si vuole, nella massima libertà.

Non da ultimo c’è da chiedersi cosa porti uno psicoterapeuta a ingaggiarsi in rapporti amichevoli con i suoi pazienti. Bisogno di conferme narcisistiche? Compiacimento manipolatorio? Vuoto esistenziale? Attaccamento morboso al ruolo?

Personalmente i miei pazienti li vedo come esseri umani la cui vita è sacra ed inviolabile. Le mie gratificazioni le cerco altrove. In terapia l’unica cosa che mi interessa è il benessere dell’altro.

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Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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