L’egoismo viene spesso citato in terapia sia da chi ne soffre direttamente sia da chi ne è interessato in qualità di parente, amico o coniuge. Di per sé l’egoismo rappresenta un tratto di personalità universale a tutti gli esseri umani. Tuttavia, sulla base della rigidità, dell’intensità e dell’impatto sulle relazioni interpersonali, la psicologia ne riconosce due varianti, una sana e adattiva e un’altra patologica.
Non sono tutte uguali, della stessa intensità e soprattutto della stessa durata. Le crisi emotive irrompono fulminee, si accompagnano a rabbia, improperi, pianto. Si risolvono molto rapidamente, come arrivano se ne vanno, in contrasto con la loro violenza. Oppure si fanno strada senza far rumore, sfumano nella malinconia e non recedono nel giro di poco tempo.
In psicoterapia il silenzio del terapeuta ha una funzione fondamentale. Permette la ricezione da parte della sua mente di tutto il materiale che gli arriva dall’altro, verbale e non verbale, e il suo smistamento in elementi rilevanti e non rilevanti ai fini della comprensione profonda della situazione del suo assistito. Questo lavoro consente di dare forma all’informe e orienta la restituzione al paziente, qualora sia possibile.
Spesso le persone arrivano in psicoterapia già pregne di concetti riguardo se stesse. Hanno capito di essere in questo o in quell’altro modo e sono molto brave sia nell’argomentare che nell’individuare la causa delle loro difficoltà.
La cura è alla base dell’equilibrio psicologico di ogni individuo. Nella clinica dei bambini lo vediamo molto bene: è raro che un bambino accudito nei suoi bisogni emotivi sviluppi patologie psichiche di rilievo.
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