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Perché “perdonare” i genitori?

Dettaglio di mani incrociate di uomo anziano

Dipendenza emotiva dai genitori: superare la posizione rivendicativa

Se in psicoterapia iniziamo a vedere i nostri genitori come “uomini e donne” e non più solo come “entità superiori” che “avrebbero dovuto comportarsi meglio”,  è segno che stiamo compiendo dei passi in avanti. Stiamo cioè abbandonando una posizione rivendicativa, che in primis fa star male noi. 

Non si tratta di dimenticare ciò che hanno fatto, soprattutto se hanno compiuto degli abusi emotivi nei nostri confronti. Bensì di rinunciare all'odio e all' illusione che possa aiutarci a separarci da loro. L'odio infatti, in ogni relazione, tiene legati, perchè si alimenta di aspettative frustrate.

Quando le richieste d'amore sono state disattese in passato e non sono arrivate scuse o revisioni critiche, incaponirsi a chiedere la comprensione e l'affetto di cui avevamo bisogno un tempo significa rinnovare la pena nel presente.

Se oggi siamo persone adulte, elemosinare amore e provare rabbia per non riceverne, ci rimette automaticamente in una posizione passiva, analoga a quella infantile. Che finisce con il riverberarsi in tutte le relazioni emotivamente significative.

Un mendicante d'amore non si protegge dalla tossicità dei rapporti, ma ci resta invischiato anche quando sta male. Insistendo nell'attesa che l'altro capisca, non sia ciò che è, le sue energie emotive si comprimono anzichè espandersi in investimenti affettivi gratificanti. 

Restare “figli” fissa il malessere emotivo

Anche la realizzazione di sè in campi che non sono di stretta pertinenza della sfera amorosa risulta colpita da questa attesa di modifica nel reale delle  modalità genitoriali disfunzionali.

Le difficoltà che si incontrano nel lavoro o nelle attività d'interesse vengono attribuite  al non aver ricevuto abbastanza dell'altro. Ciò può avvenire a livello consapevole o del tutto inconscio.

La mente in genere corre ai "se" : se avessi ricevuto di più, se avessero capito, se non mi avessero fatto questo o quello. Impedendo l'apertura del cerchio angusto della sconfitta.

Al contrario, iniziare a fare  con quello che c'è, integrare quel dolore come parte di sè, libera perchè allaccia alla propria storia, includendovi i capitoli oscuri e talvolta drammatici, le ingiustizie e i torti subiti. 

Il malessere psicologico di natura depressiva è comune in queste situazioni, perchè è quello che di più realizza nel presente l'impotenza di ieri. "Non ho potuto" allora dunque "non posso nemmeno oggi" è il ragionamento inconsapevole di chi è stato colpito nella sua vitalità durante la crescita. 

Tale sofferenza però non si modifica se restiamo “figli”, se continuiamo a guardare i genitori come coloro dai quali dipende il “successo” della nostra esistenza.

Spesso i figli ormai adulti si accaniscono nel chiedere sostegno e approvazione per le loro iniziative attuali. Non ricevendo nulla di ciò che vorrebbero, entrano in contrasto. Vogliono a tutti i costi che i genitori “capiscano” i propri errori, solo così, grazie al cambiamento di posizione dell’altro, sperano di trovare pace.

Degenitorializzare i genitori in psicoterapia

Finché questa aspettativa resta attiva permane la dipendenza infantile e la percezione di essere vittima. Ciò rende il malessere insuperabile e ostacola la possibilità di liberare l’immagine di sè dall’influsso negativo del genitore.

Si diventa invece veramente adulti quando, anziché litigare con mamma o papà perché non capiscono, perché sono egoisti e non si rendono conto di nulla, si interagisce con loro come se fossero persone qualsiasi, portatrici di limiti, di punti ciechi ma anche di qualità pregevoli.

Degenitorializzare” i genitori costituisce la chiave per abbandonare atteggiamenti autosabotanti  frutto delle frustrazioni subite. Così si cessa di alimentare la spirale di dolore, di rinuncia o di rabbia astiosa verso gli altri. 

A volte i genitori possono essere stati veramente tossici e violenti, anche in assenza di percosse e atti fisicamente lesivi. Le botte possono essre paradossalmente meno dolorose di atteggiamenti passivo aggressivi, di minacce e divieti senza senso. 

Ma pure  in questi casi è possibile aprire un varco verso la costruzione della propria personalità indipendente, in grado di distaccarsi da quanto subito e sopratutto di trasformare l’esperienza negativa in consapevolezza, in forza e in atti di bene verso se stessi e gli altri.

Rovesciare il male in bene è possibile solo se il genitore è ridimensionato nel suo potere. 

Gli psicoanalisti concordano nell’esistenza di uno sdoppiamento dell’immagine genitoriale. Esiste  il genitore immaginario, costruito in età infantile e visto come un soggetto onnipotente e gigantesco, e il genitore reale, diversissimo dall’immagine impressa nella psiche del figlio.

In psicoterapia, dopo aver trattato e preso molto sul serio il genitore “interiore” (che corrisponde al genitore dei traumi e delle ferite), via via si approda verso il genitore nella sua nudità esistenziale, fatta di debolezze, conflitti irrisolti, rigidità ma anche qualità e aspetti positivi.

Vedere il genitore non dal punto di osservazione del figlio ma da quello di un semplice essere umano, gli toglie potere, lo fa decadere dal piedistallo e incentiva l’andare oltre.

Riconoscere le ferite infantili per ritrovare la salute psichica

Durante questo lavoro si riconsoce  l'influenza negativa  dalle parole dei genitori sull'immagine che abbiamo sviluppato di noi stessi. Ma si vede anche come dentro  queste figure apparentemente onniscienti si nascondano in realtà persone con umanissimi difetti. Condizionate a loro volta da visioni distorte, disturbate da fantasmi irrazionali, precocemente turbate da traumi o lutti non elaborati.

Se una madre ad esempio ci ha sempre detto più o meno velatamente che siamo stupidi, inconsciamente ci sentiremo stupidi e nella vita saremo costantemnete orientati a voler dimostrare il contrario, magari diventando eccellenti in alcuni campi.

Le parole della madre nell’infanzia suonano come verità assolute. Ma questa stessa madre oggi la possiamo vedere nel suo reale come una persona ansiosa, incapace di valutare le persone, in dubbio rispetto a se stessa e confusiva verso i suoi figli. Una persona con queste caratteristiche può essere presa alla lettera? Non attribuiva a noi quello che pensava di se stessa?

Già in adolescenza per alcuni si innesca un simile processo di rivisitazione delle affermazioni genitoriali e delle convinzioni infantili. Alcune persone addirittura riferiscono una lucidità impressionante nel “pesare” l’adulto fin da bambini, creando schermi protettivi già in età molto precoci. 

Tutto questo significa che è possibile “respingere” l’identificazione patogena attraverso la messa a fuoco dell’altro reale, sperimentando se stessi in altri contesti e in altre relazioni significative fuori dalla famiglia. 

Smettere di essere figli e smettere di rivendicare è la via per la salute psichica. 

Prendere atto che si è grandi e liberi

Rispetto all’esempio citato, una volta capito che stupidi non lo si è, bisogna “assumere” questa consapevolezza. Purtroppo infatti può risultare più facile ripararsi dietro la supposta stupidità, per tutti i vantaggi secondari che questa comporta (non impegnarsi, essere compatiti perché poverini, cercare l’insuccesso per restare nella confort zone ecc…) 

Invece “assumere” le scoperte che facciamo su di noi cambia le cose. Prendere atto delle lenti distorcenti ridimensiona la regressione e l'accomodamento  nella nevrosi, che si sostanzia sempre nel “vorrei ma non posso”, nel lamento, nella negatività, nella rabbia, nel dare sistematicamente le colpe agli altri ecc…

Allora, dandoci da fare, scopriamo e rafforziamo nuove identificazioni, che nel tempo diventano le vere bussole interiori  nei momenti di difficoltà o in generale nei momenti topici della vita. In cui siamo chiamati a compiere scelte importanti per il presente e per il futuro. 

Procedendo così, arriviamo ad un punto in cui sappiamo finalmente chi siamo, al di là delle etichette che ci sono state affibbiate in passato. 

“Assumere” queste scoperte lasciando andare il passato comporta anche abbracciare la solitudine della non comprensione da parte dell’altro, accettarla serenamente  come un fatto non modificabile e magari riderci anche su. 

Non sono un po’ buffi quei genitori che continuano a pensare di avere la verità in tasca e di sapere tutto su di noi?

Smettere di cercare riconoscimento e approvazione è la prova del passaggio avvenuto verso l’emancipazione e la serenità mentale. Anche imparare a “lasciar dire” è un’altra grande conquista.

Tollerare la solitudine e renderla fertile tramite la nostra personale creatività ci fa compiere il passo finale, quello della trasformazione di un torto, di un dolore, di un evento traumatico incomunicabile in qualcosa di positivo, buono e utile agli altri e alla società. 

Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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