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Non mi piace la mia vita: la trappola del rifiuto di sé e l'insoddisfazione cronica

L'opera raffigura una donna bendata seduta su un globo, china su una lira a cui è rimasta una sola corda intatta, che lei continua a suonare

Sofferenza psicologica e non accettazione della propria vita 

Un motivo di sofferenza psicologica importante consiste spesso nel rifiuto della propria esperienza esistenziale.

Malattie, solitudini, abbandoni, relazioni complicate, ristrettezze economiche, lavori stressanti possono portare al senso di non avere più le forze di reggere il peso del reale.

Se il senso di scoraggiamento dovuto alla frustrazione è comprensibile, perché l’essere umano anela strutturalmente al confort e al benessere, lo struggersi ripetuto nel tempo può condurre verso una non accettazione radicale di se stessi e della propria vita.

Dalla frustrazione all'invidia: gli effetti del rifiuto di sé

Quando le cose non vanno come si vorrebbe è normalissimo che le persone si mettano alla ricerca delle cause alla base dei loro problemi e che finiscano per attribuire le “colpe” alla sfortuna o a se stesse. Entrambe le conclusioni, in genere lucide, sprigionano inevitabilmente rabbia e autovalutazione.

Se però la rabbia si tramuta in amarezza e la denigrazione di sè lascia posto a un odio feroce verso il proprio essere, si arrestano sia eventuali azioni riparative che la possibilità di integrazione del negativo.

Si può allora precipitare in una condizione di insofferenza nei confronti di tutta la propria condizione esistenziale, paragonata costantemente ad un ideale irraggiungibile o semplicemente a ciò che le altre persone si trovano a vivere senza sforzo.

Lo sguardo puntato sulla vita degli altri si carica di invidia. La felicità o la realizzazione personale dell’altro, reali o presunte, infastidiscono, come se ricordassero costantemente ciò che manca nella propria esistenza. Così la possibilità di godere dell’amicizia viene perduta e con essa una enorme potenzialità terapeutica per il proprio animo ferito.

Vittimismo e depressione: l'illusione del piacere illimitato

Il vittimismo si allarga a dismisura, sia che venga verbalizzato in maniera ripetitiva e noiosa, sia che ristagni nel proprio animo come un sottofondo alla base di ogni pensiero o proposito.

In questo scenario la depressione vera e propria può allora attecchire e andare a rinforzare l’inerzia e la chiusura vitale dell’individuo, che può essere vinto dalla tentazione di considerarsi malato e senza speranze, lasciandosi andare a comportamenti sciatti o autolesivi.

Se non posso vivere come vorrei allora meglio non vivere del tutto.

In questa asserzione è condensato  il manifesto della depressione, che svela l’attaccamento pertinace al principio di piacere. Ci sono soggetti depressi che arrivano a questo punto per via di una malattia, di una perdita, di una mancanza. Ma ve ne sono altrettanti che approdano alla medesima conclusione avendo una vita piena sotto tutti i punti di vista. Infatti esiste anche chi ha tutto, salute, soldi, amore e pensa di non avere niente.

Colui che viene colpito da mancanze anche gravi senza poter in alcun modo accettare la propria condizione, si comporta allora come quel soggetto che ha vissuto tutti i piaceri possibili e si sente interiormente vuoto e disperato.

Entrambi sono accumunati dalla stessa visione del mondo, che li porta ad identificare la felicità con una condizione di piacere illimitato. Tale convinzione li condanna all’insoddisfazione cronica e al deprezzamento del valore della vita.

Per l’essere umano infatti il piacere inteso come picco, come esaltazione dei sensi è uno stato transitorio, un momento di grazia, non una condizione permanente. Si tratta di una legge inaggirabile.

Il depresso, quando gli si fa notare questo stato di cose, risponde in modo tipico.

Vedi allora che la vita fa schifo? Che siamo tutti ingabbiati in una presa di giro, in un gioco crudele, come criceti in una gabbia?

Confutare direttamente questa assunzione nichilista diventa difficile, anche in psicoterapia.

Se il sale della vita si rintraccia solo nell’esperienza continua dei piaceri fisici della vita terrena, allora sia soffrire privazioni permanenti che godere talmente tanto da avere a noia il piacere stesso sembrano in effetti delle disgrazie senza rimedio.

Resilienza e accettazione: l'esempio del polmone d'acciaio

Allora la resilienza che cos'è? Come vivevano ad esempio le persone che una volta erano costrette a vivere dentro un polmone d’acciaio?

C’erano quelle che si ammalavano di depressione, me ve ne erano altrettante che dopo la rabbia e la disperazione affrontavano la loro nuova condizione. Imparavano a fare con ciò che era loro ancora concesso: leggere, parlare con gli altri, ascoltare la musica. Sorridere nonostante l’infermità fisica totale.

Nella loro vita non solo mancava il piacere fisico, ma esso era anche sostituito da disagi inimmaginabili. Però in alcune di queste persone, di cui la scrittrice Rosanna Benzi (ricordiamo qui  il suo libro Il vizio di vivere) è stata un celebre esempio,  un altro tipo di piacere resisteva, residuava agli attacchi del dolore. E che cosa poteva essere se non il puro piacere di esserci? L’apertura all’altro da sè?

Ritrovare il piacere di esserci nel qui e ora

Quando si invita qualcuno a elaborare un dispiacere, a resistere, a non farsi sopraffare dalle disgrazie o dal tedio infondo ci si appella alla sua capacità di provare ancora un piacere né fisico né intellettuale.

Questo piacere non si cura di cosa pensano gli altri, di come dovrebbe essere la vita o di come vivono quelli più fortunati. Non si radica nel confort, non ha una base materiale ed è irragionevole, va oltre l’Ego.

E’ un piacere legato all’istante dell’esserci, della partecipazione al tutto. Una sorta di meraviglia, che nulla e nessuno possono portare via.

La forza di affrontare i momenti difficili non sta quindi nella ripresa di una condizione materiale favorevole. Ma consiste nell’accoglienza, momento dopo momento, di quello che c’è, qui e ora. Anche in assenza di esperienze esaltanti, di picchi adrenalinici o di successi inebrianti il prosaico quotidiano si può animare e arricchire di colori e sfumature.

Le pretese, gli inganni dell’Io e dei suoi desideri schiavizzanti vengono così relativizzati, restituendo dignità e perfino pienezza all’esperienza esistenziale unica e particolare che si sta vivendo. Con le sue mancanze, le sue contraddizioni, le sue difficoltà e le sue lacerazioni interne.

Questo articolo, scritto dalla Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologa e psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81), rispetta le linee guida del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

L'autrice
Dott.ssa Sibilla Ulivi, Psicologa e Psicoterapeuta iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia (n°81/81).

Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.

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