Tutti gli esseri umani, con le dovute differenze di intensità e frequenza, si trovano esposti all'esperienza dell'angoscia. C'è unanimità nel considerarla una delle sensazioni più sgradevoli e penose che si possano provare. Infatti, quando si è presi nello stato angoscioso, si percepisce un disagio difficile da localizzare perché tutto il nostro essere sembra in qualche modo venirne catturato.

E’ un dato di fatto ormai assodato: nella civiltà contemporanea tutte le istituzioni sono indebolite e ridimensionate nel loro potere normativo. Nelle famiglie il prestigio e la forza orientativa dell’autorità paterna sono decaduti. Assistiamo a un progressivo sgretolamento degli ideali, a uno sfaldamento della credenza che la vita sia fondata, che abbia cioè alla fin fine un senso.

Tra panico e depressione c’è un legame molto stretto. La forma depressiva che colpisce chi soffre di panico si caratterizza per la predominanza di un senso di rinuncia alla vita, a cui seguono apatia e demoralizzazione. Anche quando il panico è trattato farmacologicamente allo stesso modo osserviamo il presentarsi della depressione.

Esiste un rapporto fra panico e figura paterna. O meglio fra panico e funzione paterna. E’ bene sottolineare questa differenza per non identificare il padre in carne ed ossa con la sua funzione. Che è quella di stabilire dei limiti, dei confini, delle soglie, delle regole. In psicoanalisi vediamo all’opera la funzione limitante paterna nel taglio del cordone ombelicale che lega il figlio alla madre.

L’angoscia colpisce tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Non va confusa con il panico, in cui predomina la sensazione del completo fuori controllo. Nell’angoscia non siamo pienamente vinti, soverchiati dalla paura di impazzire come invece accade nel panico. Ci sentiamo piuttosto in attesa, nelle vicinanze di un pericolo imminente dai caratteri non ben definiti.

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Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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