Il vissuto di esclusione, quando portato all’eccesso, ha un potere devastante nelle vite di chi lo patisce. In questi casi infatti la banale e comune interrogazione rispetto al proprio valore agli occhi degli altri viene estremizzata, così da diventare la prima preoccupazione rispetto a tutto, scelte, frequentazioni, attività. A discapito dell’espressione autentica di se stessi.

Nelle discussioni fra clinici o semplicemente nell’ambito di una riflessione personale sui casi in cura, ci si interroga spesso sul mistero della così detta “pulsione di morte”, termine utilizzato per indicare tutti quegli atteggiamenti autodistruttivi (di grado variabile per pervasività e intensità) che minano la vita di un essere umano, tormentandola, umiliandola, svuotandola di senso.

La possibilità di separarsi, di divorziare, se da una parte libera dal giogo del legame infelice a tutti i costi, dall’altra ha delle indubbie e pesanti ricadute sui figli, nella fattispecie quando sono dei bambini o appena adolescenti (mentre dai vent’anni in su le cose cambiano drasticamente).

Sempre più spesso, come psicologi, negli studi o nelle istituzioni riceviamo domande angosciate di giovani uomini e giovani donne alle prese con sintomi che impediscono loro di proseguire con la consueta determinazione nel proprio percorso di vita, sia esso accademico, artistico, sportivo o lavorativo. 

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La depressione e l’uso del farmaco

Esistono stati depressivi che comportano l’esperienza di un dolore talmente intenso e insopportabile per i quali appare senz’altro opportuno l’uso del farmaco. E’ bene però sottolineare come il ricorso alla cura medica andrebbe circoscritto per l’appunto solo ai casi menzionati, quando cioè il dolore assume una forza tale da spingere chi lo patisce ad atti estremi, pur di liberarsene. Il farmaco ha dunque un’utilità innegabile e preziosa in quanto fattore protettivo nei confronti dell’eventualità di condotte autolesive.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

L'inventore della psicoanalisi ne era profondamente convinto: la poesia coglie con immediatezza stati dell'animo che la ragione descrive, circonda col pensiero senza tuttavia afferrarne il cuore pulsante.

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Nessun essere umano può dirsi non attraversato da mancanze, insufficienze e conflitti. Nessuno vive una condizione di perenne e permanente completezza, autosufficienza, perfezione. Credere che qualcuno la sperimenti è solo un miraggio della mente. Ferita, lesione, perdita, fragilità sono invece tutti termini che ben descrivono la natura dell'uomo, costitutivamente povera, vulnerabile, alle prese con un mondo che non offre solidi, visibili ormeggi.

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In psicoanalisi parliamo più di affetto depressivo che di depressione. La depressione è un affetto perché è intimamente legata al nostro sentire, alla sua gamma di tonalità e sfumature.A rigore dunque non è una malattia ma una possibilità strettamente connessa alla natura umana.

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Non esiste depressione clinica che non abbia l'ansia come componente significativa ci insegna Eugenio Borgna nel suo "Le figure dell'ansia".

Dott.ssa Sibilla Ulivi, psicologo e psicoterapeuta

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