Limiti della psichiatria istituzionale: la voce di Eugenio Borgna
Eugenio Borgna, primario di Psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara, è stato allievo di uno dei più insigni maestri di fenomenologia in Italia, Enrico Morselli.
Benvenuti nello spazio dedicato all'approfondimento e alla riflessione sul benessere psichico. Questa sezione raccoglie articoli, analisi e letture che esplorano le complessità dell'animo umano attraverso una lente psicoanalitica. Qui potrete trovare spunti dedicati alla psicoterapia, alle dinamiche relazionali, alla psicologia della disabilità, all'analisi del disagio nella società contemporanea e a un costante dialogo tra la psicologia e la grande letteratura. Ogni contributo nasce dalla pratica clinica quotidiana, con l'obiettivo di offrire chiavi di lettura autentiche per comprendere meglio se stessi, affrontare le difficoltà emotive e ritrovare un equilibrio interiore profondo.
Eugenio Borgna, primario di Psichiatria dell'Ospedale Maggiore di Novara, è stato allievo di uno dei più insigni maestri di fenomenologia in Italia, Enrico Morselli.
In “Che cosa chiede Edipo alla Sfinge”, Elvio Fachinelli interroga con preveggenza il fenomeno della “psicoanalisi della risposta”, intuendone l’ineluttabilità del declino e auspicandosi l’avvento di una “psicoanalisi interrogante”.
Sempre più spesso, come psicologi, negli studi o nelle istituzioni riceviamo domande angosciate di giovani uomini e giovani donne alle prese con sintomi che impediscono loro di proseguire con la consueta determinazione nel proprio percorso di vita, sia esso accademico, artistico, sportivo o lavorativo.
La possibilità di separarsi, di divorziare, se da una parte libera dal giogo del legame infelice a tutti i costi, dall’altra ha delle indubbie e pesanti ricadute sui figli, nella fattispecie quando sono dei bambini o appena adolescenti (mentre dai vent’anni in su le cose cambiano drasticamente).
Nelle discussioni fra clinici o semplicemente nell’ambito di una riflessione personale sui casi in cura, ci si interroga spesso sul mistero della così detta “pulsione di morte”, termine utilizzato per indicare tutti quegli atteggiamenti autodistruttivi (di grado variabile per pervasività e intensità) che minano la vita di un essere umano, tormentandola, umiliandola, svuotandola di senso.
C’è un rapporto intimo fra disturbi dell’umore e disturbi del comportamento alimentare, che l’esperienza clinica ci svela nella quasi totalità dei casi.
L’affetto depressivo tendenzialmente mal si concilia con l’esercizio della parola, inteso quest’ultimo come possibilità di espressione ed elaborazione di questioni relative a verità soggettive. La depressione blocca la parola sia nella sua dimensione di ponte nei confronti dell’Altro, sia nella sua potenzialità dinamica di scoperta del nuovo.
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Nei seminari di Tavistock Bion afferma in maniera perentoria come la situazione analitica non sia semplicemente una “conversazione” fra esseri umani.
Il vissuto di esclusione, quando portato all’eccesso, ha un potere devastante nelle vite di chi lo patisce. In questi casi infatti la banale e comune interrogazione rispetto al proprio valore agli occhi degli altri viene estremizzata, così da diventare la prima preoccupazione rispetto a tutto, scelte, frequentazioni, attività. A discapito dell’espressione autentica di se stessi.
“La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che é la mia debolezza”. Questa frase, attribuita a Pier Paolo Pasolini, condensa con precisione il conflitto che molti amanti dell’indipendenza vivono in rapporto alla quota più o meno grande di solitudine inevitabilmente connessa.
Uno dei nemici più difficili da combattere all’interno di una psicoterapia è il lamento. Quello sterile, quello reiterato, quello fine a se stesso. Per alcuni soggetti lamentarsi sembra l’unica forma di espressione possibile, l’unica modalità di abitare un discorso. Prendere parola si trasforma automaticamente in fare l’elenco di ciò che non va, non é andato nè mai andrà. In una circolarità che non lascia spazio a nient’altro che non sia dell’ordine del vittimismo.
Cosa cercano le persone quando si rivolgono ad un terapeuta? Cosa vogliono, cosa si aspettano?
Amore (inteso come voler bene incondizionatamente) e desiderio, come è noto, non sempre vanno a braccetto. Si può amare qualcuno senza desiderarlo così come lo si può desiderare senza amarlo.
Secondo la visione junghiana, nel momento in cui il malessere psichico si impadronisce di un essere umano ci troviamo invariabilmente di fronte ad un crollo del suo orientamento cosciente.
L’amore materno dà la vita, e ciò è universalmente riconosciuto. Le cure, le parole, la presenza della madre sono mattoni fondamentali su cui si verrà a costruire un possibile futuro equilibrio psichico.
L’orizzonte della nostra finitezza umana, ci dice Jung a più riprese nelle sue varie opere, è ciò che dà senso alla nostra esistenza. La vita acquista valore e persino bellezza nella misura in cui è costantemente in rapporto con la morte.
Nel nostro paese purtroppo esistono scarse forme di sostegno alle famiglie colpite dal dramma della malattia mentale.
Molte domande di aiuto che accogliamo in studio (formulate per lo più da donne) ruotano direttamente o indirettamente attorno alla questione di un “amore malato”. Sono infatti principalmente le donne a patire per amore, sebbene non manchino casi in cui è lui a chiedere aiuto a causa delle vessazioni subite dalla partner.
L’ascolto di uno psicoterapeuta di valore, al di là del suo approccio teorico di riferimento, lo potremmo paragonare all’esercizio di una vera e propria arte, sempre legata quest’ultima ad una miscela di aspetti formali e di spinta creativa, di tecnica e di sensibilità emotiva, di già saputo e di nuovo, di pensato e di non ancora conosciuto.
La donna, come insegna la psicoanalisi, occupa necessariamente una posizione di oggetto in relazione alla mera pulsione sessuale dell’uomo.
Esistono forme depressive che rispondono bene ad un lavoro con la parola ed altre che restano impenetrabili a qualsiasi tentativo dialettico.
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Sempre più donne cercano il primo figlio in età ormai matura. Colpa della società moderna, dell’agognata stabilità economica che tarda ad arrivare, del mancato incontro d’amore, della cultura edonistica che dissocia il destino individuale dal sacrificio in nome della famiglia.
Che un paziente si rechi nella stanza dell’analista per anni, anche regolarmente, non significa che stia svolgendo effettivamente un’analisi.
Amore e passione hanno due nature differenti. L’amore esprime un sentimento di bene, di cura e di partecipazione alla vita dell’altro. È un affetto, che può essere colorato eroticamente così come restare del tutto asessuato.
Specializzata in Psicoterapia psicoanalitica, accoglie i pazienti nel suo studio a Milano in zona Moscova, offrendo uno spazio di ascolto autentico e profondo.